1971 Belgrado e Sofia

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1971 Belgrado e Sofia

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1971 Belgrado e Sofia
Ho ancora qualche giorno di vacanza e poci soldi. Mi aiuta mio fratello che me ne presta un po’. Parto da solo, vista la facilità di trovare passaggi e anche perché
il mio precedente compagno non ha più molta voglia di viaggiare ‘tribolando’. In treno fino a Trieste, tanti piccoli passaggi e supero con facilità la frontiera di Opicina
con la Iugoslavia.  Arrivo a Ljubljana capitale della repubblica federata di Slovenia e dopo una lunga attesa trovo un ultimo passaggio fino a Otocec Grad. Sono a
metà strada tra Ljubljana e Zagabria sulle rive del fiume Krka o Fiume. Un isolotto nel fiume ospita uno stupendo castello. Ora c’è un prestigioso hotel. Mi sistemo
con la tendina in uno spiazzo erboso lungo il fiume e vado a cenare in un locale vicino. Il costo è basso e posso mangiare una gustosa bistecca.
 
Parto subito con una famigliola, che aveva passato la notte in auto e arrivo a Zagabria, capitale della Repubblica di Croazia. Un giro per il centro con la Piazza san
Marco, fulcro cittadino, il teatro nazionale e torno già verso la periferia. Lavori in corso rallentano le vetture e rendono più facile chiedere passaggi così trovo subito
uno strappo fino a Beograd (Belgrado), capitale della Repubblica di Serbia e della Federazione Jugoslavia. Una sosta in un bar e il mio ospite li offre un caffé e una
porzione di ghibanizza, uno dei dolci più popolari e tipici dei Balcani, preparato generalmente con formaggio fresco e uova. Dopo averlo lasciato scendo in centro e
vado alla ricerca di un campeggio. Trovo una festa di matrimonio e subito m’invitano a unirmi ai festeggiameenti e alle bevute assieme a un gruppo di hippies appena
arrivati. Io ne approfitto per mangiare qualcos’altro. Una giovane, che parla italiano, m’indica la direzione per un campeggio e mi aiuta a salire sul tram giusto,
che va in quella direzione.  Mi sistemo nel camping e, ancora con qualche ora a disposizione, faccio un giro in centro. Vado nella zona universitaria, dove c’è una grande
folla: bancarelle, mini teatri, musicisti da strada, saltimbanco creano un’atmosfera di eterna festa. Dopo la mezzanotte torno al campeggio.
 
Piove a dirotto tutta la notte. Mi alzo verso le 9.00 in un momento di schiarita smonto la tenda e sistemo le mie cose, prima che ricominci la pioggia. Un tram e raggiungo
la strada per Nis. Trovo un passaggio da due ragazze, un’inglese e l’altra australiana, un po’ bruttine dirette in Libano. L’auto arranca scoppiettando tra piccole salite su
alcune alture lungo una strada piena di buche. Un camion, davanti a noi, che ha fatto un sorpasso azzardato si ribalta. Il suo carico è sparato in aria e cade pesantemente
sulle auto vicine. Molte vetture sono colpite e danneggiate da questi sacchi di iuta ma noi siamo fortunati e riusciamo a passare illesi zigzagando tra i veicoli incidentati.
Un grande sangue fredo o non hanno capito la pericolosità dell’accaduto? Le ragazze sembrano non dare importanza a questo incidente e proseguono tranquille.  Verso
l’1 p.m. ci fermiamo per pranzare. Hanno varie scatolette e tra queste degli spaghetti disgustosi ma, a caval donato non si guarda in bocca e mangio anch’io. Arriviamo al
confine con la Bulgaria e i controlli diventano minuziosi e severi. Un po’ di tempo fermi e proseguiamo. Arriviamo a Sofia e io scendo. Potrei proseguire con loro fino in
Libano ma non ho tempo e denaro per farlo.  Le scritte cirilliche mi complicano l'orientamento. La gente parla solo bulgaro e qualcuno un po’ di russo, quasi nessuno
conosce vocaboli inglesi. M’incammino verso quella che sembra la periferia. Salgo su di un tram gratuito, dove tra la gente identifico stupito anche un alto ufficiale
dell’esercito: anche lui usa i mezzi pubblici! Lungo la strada più di qualche imbonitore mi offre la compagnia di ragazze, alcool o droghe.  Chiedo a molta gente e tra questi
trovo un ingegnere bulgaro, che parla bene l’inglese. Facciamo un tratto di strada insieme e poi m’invita a passare la notte nella sua abitazione assieme alla sua famiglia.
L’offerta è allettante. La canadese è ancora inzuppata dalla pioggia ed è fresco. Lo seguo in uno stabile brutto con molti mini appartamenti, in pratica dei box prefabbricati
allacciati tra loro. Sono chiamati block e sono numerati. Il complesso conta una decina di questi edifici, che hanno almeno cinquanta box per ciascuno, un alveare.
L’abitazione è al quinto piano senza ascensore. È formato da una piccolissima entrata, una terrazzina minuta, che permette a una sola persona per volta, una cucina con
divani letto che di notte diventa la cameretta dei bambini e una camera occupata in gran parte dal letto matrimoniale. Credo non siano più di 50 mq. Vive con la moglie e
due figli da 2 e 5 anni. Sono accolto bene e con curiosità.Vogliono conoscere la mia meta, ma soprattutto avere notizie della vita che si svolge oltre il confine dell’area c
omunista. L’ingegnere, Dimitrov, ha un buon lavoro ed è riuscito ad ottenere questo appartamento dallo Stato. L’ha pagato oltre due milioni e in pratica è di sua proprietà.
Ha un po’ d’invidia per la vita che avrebbe potuto avere in un altro Paese con la sua laurea. Qui, come ingegnere, ha un buon lavoro ed é un privilegiato. Lo stipendio di
circa 60.000 lire, molto per la Bulgaria, ma un quinto di quanto guadagnerebbe altrove. Anche la moglie parla anche lei inglese e sono molto curiosi di avere notizie fresche
dall'occidente. La vita qui è molto economica, cibi e generi alimentari costano pochissimo ma ci sono solo prodotti locali e in pratica non c’è scelta. L’auto e gli elettrodomestici
sono molto cari. Ceno con loro: fagioli lessi, insalata russa, una pasta di farina grassa e unta d’olio, yogurt naturale molto acido, una cedrata (bibita onnipresente e unica in
queste aree) e un caffè alla turca con i fondi. Mi cedono la cucina o stanza dei bimbi, che si portano nel loro letto e mi sistemo su di un divano letto.

Sveglia all’alba e seguo Dimitrov, che va al lavoro. Le due bimbe vanno all’asilo e una volta in centro mi offre anche la colazione. Un’enorme scodella di yogurt acido naturale.
Lascio il mio ospite e faccio un giro per il centro storico della capitale bulgara, dominato dalla sua stupenda cattedrale ortodossa di Santa Sofia. Alla stazione degli autobus
prendo una corriera per Blagojevgrad, molto economica, ed esco dall’area metropolitana. Nella corriera faccio una ‘curiosa’ conoscenza. Un signore anziano che parla un
italiano molto buono, difficile pensare non sia un compatriota. Non è mai stato in Italia e ha studiato la lingua all'università. Considerata l’età e qualche dialogo, non escludo
sia un italiano, che arrivato qui, durante la II Guerra Mondiale, si sia fermato e sia ritenuto disperso o morto in Italia. A Blagojevgrad, bel centro universitario sul fiume Struma,
a ridosso dei Monti Rila, le indicazioni in caratteri latini, che anche se rare erano presenti a Sofia, spariscono. Trovo un passaggio verso sud o almeno così spero su una jeep.
Comincia piovere a dirotto e m’inzuppo con l’acqua che entra negli spiragli del tettuccio telato. Qualche altro passaggio e arrivo alla frontiera di Kulata con la Grecia. Formalità
semplificate in uscita dal Paese. Subito altri passaggi e supero una zona, dove c’è una forte presenza militare di controllo. Torrette con cannoncini puntati e numerosi convogli
militari, che rendono la zona poco sicura. Arrivo a Thessaloníki o Salonicco (Θεσσαλονίκη). Termina la pioggia e la temperatura è più calda e piacevole. Mi sistemo in un ostello
della gioventù. Faccio un giro per il centro mentre è in corso una Fiera Campionaria e sia il centro sia il porto sono illuminati a giorno. La Torre Bianca, la chiesa di Agios
Dimitrios e quella di Santa Sofia tutte a pochi passi di distanza. L’ostello lascia desiderare sulla pulizia e preferisco stendere il telo della tenda sul letto.

Le mie precauzioni non bastano. Mi sveglio il mattino coperto da macchioline rosse e un prurito tremendo. Lascio l’ostello, un giro veloce per il centro storico e vado sulla strada
per tornare a casa. Si ferma un autobus, che mi da un passaggio, senza farmi pagare il biglietto, fino al bivio della strada per Atene o per il Nord. I passeggeri sono incuriositi
dalla mia presenza e cerchiamo in qualche modo di capirci. L’argomento del regime dittatoriale dei colonnelli è subito evitato e possiamo parlare solo di calcio molto seguito
anche in Grecia. Ci sono altri autostoppisti ma, essere solo, mi avvantaggia e parto quasi subito. Arrivo vicino al confine con la Jugoslavia e mi avvio a piedi. Gentili un gruppo
di muratori m’invita a mangiare qualcosa con loro nella pausa di mezzogiorno, uva e frutta varia. Arrivo al confine dove torna l’argomento calcio. È imminente una partita della
Coppa dei Campioni tra Milan e Spartak. Il confine di Evzoni è in un’area agricola con coltivazione prevalentemente di tabacco e l’aria è piacevolmente aromatizzata dalle foglie
esposte a essiccare. Il sole scotta e il termometro segna 45°. Un’ d’attesa un po’ più lunga del solito e riparto. Arrivo nella periferia di Skopje, capitale della Repubblica della
Macedonia. Un breve giro in centro molto arretrato e vado alla ricerca di un campeggio. Lungo la strada si uniscono anche due inglesi. Trovo la struttura chiusa ma, il custode
gentilmente la apre e ci permette di fermarci gratis. Mi sistemo sotto una tettoia ed evito di piantare la tenda. Torno con un tram in centro, il tempo di uno spuntino con delle
paste grasse e dolci, quasi nauseanti e poi, inizia un violento acquazzone. Torno in campeggio.

Piove a dirotto tutta la notte. Parto in tarda mattinata, in un momento che spiove e torno in centro. C’è un’ampia zona con negozietti e bancarelle. Propongono oggetti d’artigianato
molto belli e interessanti, sembra un tuffo nel passato. Piove ancora e quando riparto aumenta l’intensità. A Uroservac pranzo in una bettola frequentata da operai, zuppa con
carne dolciastra, forse cervella di maiale, molto piccante. Trovo un autobus e ci salgo fino a Pristina nella provincia autonoma del Kosovo. Riparto con l’autostop mentre continua
piovere. La strada è asfaltatae discreta ma il traffico è molto scarso. A Kosovska Mitrovica, capitale della zona autonoma, sono circondato da alcuni bimbi, che chiedono elemosina.
Elargisco qualche monetina e riparto. Arrivo a Rozaje, altri cento chilometri. Scende la sera e la pioggia si trasforma in nevischio ed è freddo. È un grosso paese ma non c’è il
campeggio. Cerco una locanda e trovo dei ragazzi, che m’invitano a passare la notte nella loro baracca. Sono studenti e stanno specializzandosi in qualcosa a Rozaje. Alloggiano
in una baracca, prestata da amici, mi sistemo in un giaciglio, dove stendo il telo della tenda e il mio sacco a pelo. Non esiste il riscaldamento e indosso tutti i miei indumenti
portati da casa. Un ruscello rumoroso vicino e il timore di qualche ‘scherzo’ da parte dei ragazzi e dormo poco.

All’alba sono già pronto a partire. La neve caduta ha coperto i monti circostanti a ridosso della vallata. Non smette di piovere e torno sulla strada a chiedere passaggi. Si ferma
un furgoncino che traina una roulotte di una famigliola italiana. Una coppia con due bimbi vivaci di ritorno dalle vacanze in Grecia. Sono carichi in ogni spazio, hanno anche
un canotto con motore, attrezzatura completa da sub, biciclette, ecc. . Proseguiamo lenti su una strada piena di curve e saliscendi, che il mezzo fatica a superare. L’ambiente è
riscaldato e si sta bene. Una sosta per visitare un monastero e ci fermiamo sulle rive del lago Scutari in un momento di sole. È un pasto degno di tal nome all’italiana. Ripartiamo
e lascio la compagnia quando arriviamo sulla costa. Loro proseguono per Bar e s’imbarcano, io mi dirigo verso Nord, lungo la costa, per tornare in Italia. Mi fermo in uno spiazzo
erboso a Budva, bella cittadina murata. La sera vado in centro e conosco un militare americano e assieme andiamo nella area dove si radunavano i giovani. È una località turistica
e vige l’atmosfera vacanziera e ci mescoliamo con altri turisti internazionali.
Notte ancora tormentata da scrosci di pioggia e si aggiungono forti folate di vento della bora, che rompono un paio di legacci della tenda. Parto subito e aggiro tutto il bel fiordo
di Kotor e arrivo a Dubrovnik, stupenda città murata, ex Ragusa italiana. Torna la pioggia. A Metkovic, molti attraversano il turbolento fiume Mostar con delle barchette minute
traballanti ma io trovo un passaggio e riesco ad aggirare e superare il ponte, una decina di chilometri più a monte. Arrivo a Split ex Spalato e lungo il percorso mi appisolo a più
riprese. Arrivo a Kastel Stari e la sua bella Riviera dei Castelli in stile veneziano. Trovo uno spiazzo dove il proprietario mi dà gentilmente il permesso di accamparmi. Un giro in
centro e un pasto caldo in un locale, dove pago pochissimo.

Mi sveglio e gentili i contadini cui appartiene il terreno mi offrono la possibilità di lavarmi la faccia e sistemarmi prima di partire. Un passaggio fino a Senj e ancora mi offrono il
pranzo in un ristorante, che accetto volentieri. Proseguiamo poi fino a Rijeka o Fiume, dove termina il passaggio. Un giro per il centro storico e mi sistemo in un campeggio lungo
la costa. Ceno nel ristorante al self service e poi torno in tenda a dormire.

Parto subito e dopo un paio di brevi passaggi, faccio una sosta di 3 h ½ d’attesa. Arrivo alla frontiera di Opicina e rientro in Italia. È sera quando trovo un passaggio per Monfalcone
e poi a Portogruaro, ormai buio vado alla stazione dei treni. Ho risparmiato un po’ di soldi e riesco comprare il biglietto per Padova e per Grisignano e come l’altra volta arrivo a casa.

Ho percorso          km      3.240
Passaggi                nr              34
Costo in lire          £       12.500
Giorni                    gg              10
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