1980 Sahara e un po' di Africa

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1980 Sahara e un po' di Africa

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1980 Sahara e giro del Mediterraneo Ovest
Una delle difficoltà per questo viaggio è ottenere un mese di seguito di ferie dal lavoro. Ci sono anche molte incognite,
visti d’ingresso in alcuni Paesi, che spero di ottenere in frontiera. Strade che potrebbero essere difficili o impercorribili.
Ho fatto varie ricerche su questi luoghi ma, sono poco turistici e non ci sono molte informazioni attendibili. Ottenuto
il mese di ferie, un mattino di febbraio parto da Brescia con la Fiat 128 3p. Entro in autostrada e senza fretta arrivo a
Genova verso le 12 a.m. Un giro fino alla Lanterna e poi, nel porto pranzo al self service. M’imbarco con largo anticipo
assieme a molti tunisini e gente con potenti 4x4, piastre per la sabbia e attrezzature di ogni genere. Sono, forse, l’unico
a possedere un’auto a solo due ruote motrici. Ho prenotato una cuccetta promiscua e mi trovo assieme a tre tedeschi.
L’aria in cabina è irrespirabile, pochi minuti e torno in coperta. A notte scendo per dormire qualche ora.  

Dormo un paio d’ore e poi, preferisco salire sul ponte. L’aria è asfissiante e l’odore del linoleum, che copre le pareti, è
maleodorante. C’è il mare mosso e la nave ondeggia. È difficile rimanere in piedi. Gli spruzzi delle onde raggiungono il
ponte di coperta, l’aria è gelida e, dopo qualche spruzzo, torno nel salone interno. Mare forza 6, sento dire dai marinai.
Il pasto pessimo fatto a mezzogiorno mi va su e giù per lo stomaco. Mi sistemo con il sacco a pelo sottocoperta e cerco
di dormire altre ore.  Quando albeggia, anch’io come tantissimi passeggeri, rigetto tutto. Hanno lasciato la cabina anche
i miei compagni, i tre tedeschi, anche loro stanno male. Conosco un giovane marocchino Abdelfatah Chafchaouni,
residente in Italia, che aveva nostalgia della terra araba e voleva fare una breve vacanza in Tunisia. Ci accordiamo per
fare un breve tratto del mio programma assieme. Sono su una nave della Compagnia Tirrena di Navigazione, che batte
bandiera francese. Dopo circa 30 ore di navigazione, verso le 08.30 p.m. sbarco a Tunisi. L’aiuto del compagno marocchino
è utile nel superare le varie formalità e le varie procedure, lente e laboriose. Oltre un’ora e usciamo dal porto. Andiamo
alla periferia di Cartagine e, nei pressi di un posto di guardia nei pressi di un palazzo governativo, ci sistemiamo in auto
per dormire qualche ora.
 
Ci sveglia un gruppo di bimbi, che hanno circondato l’auto incuriositi. Andiamo in centro a Tunisi, capitale della Tunisia
con 600.000 aitanti e porto sul Mar Mediterraneo. Una passeggiata nell’animato souk mercato coperto con negozietti di
ogni genere: tappeti, ceramiche, suppellettili varie, dolcetti d’ogni genere, bocconcini pepatissimi, frutta, verdura, sigarette
straniere vendute di contrabbando, radioline e prodotti di hi-fi, di dubbia provenienza e naturalmente erbe varie, come
1980 El Djem, arena romana
hascisc e marjuana, che quasi tutti vengono a proporci e che vendono di nascosto.
La polizia è presente ma, chiude un occhio e non interviene. Un negozietto ci permette
di salire sul coperto del souk e posso osservare la città dall’alto. Usciamo dalla capitale
e andiamo a Utique. Qualche chilometro a nord di Tunisi ci sono le rovine della vecchia
città, che sorse il 1101 a. C. numerose baracche e casupole, sono state aggiunte o si
appoggiano alle rovine della zona archeologica. Una sosta molto breve per evitare la
pioggia battente. Qualche chilometro e siamo a Bizerte, città in parte costruita su un’isola,
che permette l’accesso su di un ponte levatoio. Ha circa 100.000 abitanti ed è davanti a
Mazara del Vallo in Sicilia, in pratica la città più vicina all’Italia. Un breve giro in centro
privo di attrattive turistiche e torniamo indietro verso Tunisi. Le borgate di Manzel Djemil,
Manzel Bourghiba, nome dedicato all’attuale Presidente della Repubblica, superiamo il
fiume Medjera, il più lungo del Paese e, verso sera, siamo nella circonvallazione della
capitale. Siamo in una superstrada e veloci siamo a Hammamet Lif, 40.ooo abitanti,
moderna città balneare e turistica, frequentata da molti turisti italiani e tedeschi. Un giro
fino alle mura della cittadina e il caratteristico cimitero berbero con le tombe bianche.
Oltre, transitiamo Bou Ficha, Sidi Bou Alì e Sousse, 80.000 abitanti. Centro turistico molto importante, in italiano Susa. Ci
fermiamo qualche momento in un locale. Abdelfatah, semplicemente Fatah, è dovuto uscire dall’Italia perché gli è scaduto il
permesso di soggiorno. Vorrebbe trovare un piccolo lavoro in Tunisia per comprare il biglietto e tornare in Italia, appena
possibile. Risiede a Torino e mi sembra di capire sia mantenuto da una signora convivente più anziana di venti anni. Un caffè
alla turca e poi, andiamo nella periferia, dove ceniamo con delle scatolette, che mi sono portato da casa. Sacchi a pelo e
dormiamo in auto.  Il sole scalda l’abitacolo del veicolo e rende irrespirabile l’aria all’interno, dobbiamo alzarci. Torniamo nel
bar della sera prima e, alcuni nuovi amici di Fatah, hanno trovato un lavoro e anche la possibilità di rientrare in Italia
illegalmente. Lasciamo il suo bagaglio nello studio di un avvocato, che l’avrebbe aiutato e facciamo un giro per visitare il centro.
Qualche ora e parto da solo. Il paesaggio cambia ed è sempre più desertico, Faccio una sosta a El Djem, grossa borgata di
6.000 abitanti, dominata da un’arena romana molto ben conservata. Mi fermo nei pressi dell’arena e sono subito circondato
da bimbi e persone questuanti. L’arena è chiusa al turismo in questo periodo e riparto subito. Qualche chilometro e arrivo a
Kairouan. Alias al-Qayrawan 70.000 abitanti e città murata. Ex capitale del governatorato dell’Ifriqiva, che ospita la Mosche
Adi Uqba o Gran Moschea, la più importante della Tunisia e il Mausoleo del Barbiere di Maometto: Abou Dhama el Balaoui,
compagno di Maometto, soprannominato Sidi Sahab, il significato è chi porta tre peli, perché aveva sempre con sé tre peli
della barba del Profeta. È un sito molto interessante e grandioso, che contrasta con l’area circostante in gran parte desertica.
È il terzo luogo di pellegrinaggio più importante islamico. L’accesso è chiuso ai non fedeli o ai turisti, che eventualmente devono
pagare un permesso molto esoso. Vado in un bacino di raccolta d’acqua piovana e cedo all’insistenza di un ragazzo, che m’invita
nella sua abitazione per bere un tè. L’abitazione è all’interno di un complesso moderno ed è costituito da un grande stanza,
1980 Sbeitla, rovine romane
collegata con dei corridoi al resto della casa. Lo stanzone funziona come cucina
e, la sera sono stese delle stuoie sul pavimento e, si trasforma in camerata
comune per tutta la famiglia. Sono accolto con calore e tutti mi chiedono
informazioni sull’Italia e sul nostro modo di vivere. Vogliono comprare o
barattare i miei abiti, ma non è ancora il momento, perché sono all’inizio del
viaggio e devo rinunciare. Bevo un thè assieme al capo famiglia e poi, lascio
la famiglia, e proseguo il mio viaggio. Arrivo, dopo pochi chilometri a Sbeitla,
20.000 abitanti con delle interessanti rovine romane. Kasserine, 45.000
abitanti, dove si trova un’importante fabbrica di alfa.  Alfa (macrochloa) è una pianta erbacea perenne e sempre verde. Le
1980 Kasserine, fabbrica di alfa
foglie, oltre a essere un’erba medica, servono per la produzione di una buona
cellulosa per la carta. A Thèlepte faccio un’escursione all’oasi di Feriana una
macchia di vegetazione circondata da deserto e poi, torno indietro e, proseguo
verso il confine con l’Algeria. Salgo i lievi contrafforti del gruppo montuoso di
Djebel Chambi, il più elevato della Tunisia, che arriva a 1.544 m s.l.m. A Bou
Chebka supero le formalità frontaliere in uscita dalla Tunisia quasi inesistenti,
molto più meticoloso invece è l’ingresso in Algeria. Aspetto un paio d’ore gli
addetti in pausa per la cena e, dopo quattro ore, entro nel Paese. Cambio l’ora
con quella algerina di una in meno. Un breve tratto di strada e arrivo a Teblessa,
100.000 abitanti. Mi sistemo per dormire in auto ma, sono subito circondato da un folto gruppo di questuanti e ripiego in un
alberghetto del centro. La camera è abbastanza pulita e comoda ma non c’è l’acqua corrente e devo usare alcuni secchi messi
a disposizione dall’hotel. Sono a quasi 1.000 m s.l.m. e fa freddo.  

Sorge il sole e parto. Percorro un tratto stradale su un altopiano desertico e sassoso. In questo Paese c’è un regime comunista
filo sovietico. Ci sono importanti risorse dal sottosuolo: gas naturale, manganese, ferro, titanio, oro e anche petrolio. L’Algeria
è un paese ricco ma, questa ricchezza, non raggiunge la popolazione, che mi sembra in gran miseria. Mi fermo a Constantine,
250.000 abitanti, capoluogo della regione dell’Aurès grosso centro industriale separato in due parti dal Burrone di Rhummel.
Salgo sulla sommità di un colle, dove si trova il Monumento della Libertà che offre un panorama sulla città e i ponti vertiginosi
che, collegano le due parti e, scavalcano il canyon. Una breve sosta per salire sul ponte Sidi M’Cid stretto e pedonale, che dondola
e vibra mosso dal vento. Visito il palazzo di Ahmed Bey tipico moresco e mangio in un locale del centro. La pietanza offerta
è unica: cous  cous, l’unica variante è la presenza di carne di capra con patate lesse e aranciata da bere, perché le bibite
alcoliche sono proibite. Due o tre ore di sosta e riparto. Evito di fermarmi a Djemila, dove ci sono altre rovine romane e
raggiungo Setif. 170.000 abitanti, capoluogo dell’omonima regione. Breve sosta nel centro privo di attrattive turistiche e
proseguo verso la costa. Sono nella Piccola Cabilia, un gruppo montuoso che costituisce un confine naturale tra Algeria e
Tunisia. I suoi abitanti sono conosciuti per una gran voglia di autonomia, che sfocia ogni tanto in tumulti contro il governo
centrale. Piove e fa freddo, sul valico di Col de Teniet El Tinn 1.160 m s.l.m. e le alture vicine c’è la neve. Scendo e mi fermo,
dopo qualche chilometro sulle rive del lago. Seguo un sentiero e a piedi vado a vedere la cascata di Kefrida, mentre scende
la sera e al ritorno è buio pesto. Rischio di perdermi e con fatica arrivo alla macchina. Scendo verso la costa su una strada
bagnata e scivolosa e a sera inoltrata arrivo a Cap Aokas, vicino alla città costiera di Béjaïa. Trovo una piazzola di sosta e
mi sistemo per la notte.

Credevo di essere in una zona desertica ma, sono svegliato da molti bambini, che incuriositi hanno circondato l’auto. Mi
chiedo: da dove sbucano? Faccio un giro in centro città per fare colazione. Salgo in auto al Pic des Singes o Monte delle
Scimmie, che sovrasta la città balneare su una stradina stretta, bagnata e scivolosa. Qualche chilometro e trovo un albero
caduto, durante la notte, che attraversa la strada e non posso proseguire oltre. Piove e le scimmie, che sembra siano
numerose in questa aerea, non si fanno vedere. Torno indietro e faccio un’altra colazione, che costa molto poco. Un cartello
turistico e visito le Tombeau de la Neige, in pratica delle tombe anglosassone dell’ultima guerra. Lascio Béjaïa e salgo,
ancora sulle alture della Piccola Calibia, i valichi di Talmetz 825 m s.l.m., Tagdint 800 m s.l.m. e Tagma 910 m s.l.m. e mi
fermo a Tizi Ouzou, 90.000 abitanti, capoluogo della regione omonima, per sgranchirmi le gambe. Lungo il percorso ci
sono moltissime curve e anche improvvisi e densi banchi di nebbia. Prendo un caffè in un bar e lascio la cittadina murata
della Grande Cabilia. A Thenia trovo la strada principale e, anche un tratto autostradale gratuito. Nel primo pomeriggio
arrivo ad Algeri. El Djeza’ir = la bianca, con 1.500.000 abitanti, capitale dell’Algeria. Ripide stradine tortuose, che scendono
verso il mare, sono una delle caratteristiche della capitale. Spicca il colore bianco della casbah, che le ha valso il nome di La
Bianca. Un giro per il centro, costeggio il Porto, il Palazzo dell’Ammiragliato, l’Ospedale Mustafà, palazzo delle poste, la
Gran Moschea, il mausoleo di Sidi Abderrahmane, Sidi Ahmed Ben Alì e delle Principesse fino al fortino francese, che sovrasta
la città. Nel 1966 Gillo Pontecorvo ha girato il film documentario, la Battaglia di Algeri, che mette in risalto le viuzze in discesa
Blida, gazebo
della città. Il fortino è circondato da una bidonville e non mi sento sicuro. Un
rapido dietro front e torno alla vettura. Un pasto con dei salsicciotti e patatine
fritte di qualcosa d’indefinito, ma non maiale, perché è proibito nel mondo
mussulmano. Vorrei trovare un alberghetto ma l’offerta alberghiera è di due
fasce: una molto cara e lussuosa, l’altra, riservata in prevalenza, agli indigenti
con stanze comuni e solo una stuoia a disposizione come giaciglio. Verso sera
lascio la capitale e vado verso l’interno. Qualche chilometro e mi fermo a Blida,
120.000 abitanti, capoluogo della provincia. Bella città in una piana di frutteti
ai piedi del Djebel Feroukha 1.476 m s.l.m., che anticipa la Catena dell’Atlante.
Circondata da quello che rimane delle imponenti mura. Il centro conserva ancora molti riferimenti al periodo delle colonie di
Francia con viali alberati e molti portici. È anche un polo militare importante.

Piove a dirotto tutta la notte ed è freddo. Quando sorge il sole smette la pioggia e mi scaldo con una colazione in un bar vicino
a centro. Evito di visitare il giardino botanico, che si trova nei pressi di un presidio militare, dove no si possono scattare foto.
Ricomincia la pioggia e parto. Salgo sulle montagne e costeggio il corso del fiume Oued Chifta, poco più di un torrente ma,
con una serie interminabile di curve e tornanti. La strada è molto scivolosa e numerosi sono piccoli oued e cascatelle, che la
inondano.  La zona è cambiata e ricoperta da verde con alberi d’alto fusto. Arrivo a Rouisseau des Singes, un piccolo canyon,
dove c’è una colonia di scimmia. Questa volta i quadrumani ci sono numerosi. Mi fermo per scattare alcune foto e avvicinarmi
ma, un nuovo scroscio di pioggia le fa scappare ed io mi bagno completamente. Supero la cittadina di Medea, 910 m s.l.m.,
80.000 abitanti e salgo sul valico del Col de Ben Chicao 1.230 m s.l.m. coperto da una fitta nebbia. La strada inizia a scendere
e, dopo pochi chilometri, il clima cambia completamente. La nebbia, il vento e la pioggia cessano e compare il sole forte e caldo.
Cambia anche l’area scompaiono il verde e gli alberi e ci sono molte alture aride e bruciate dal sole. Una sosta a Ksar El Boukhari,
803 m s.l.m. e circa 20.000 abitanti. È l’ultimo centro, che merita questo nome, prima di affrontare il deserto. La cittadina è
considerata la Porta del Deserto. Un pieno di benzina e una scorta extra di due taniche da 10 litri ciascuna e, dopo un dosso
collinare, inizia un rettilineo su una distesa infinita di pietre e sassi. È asfaltata e semi deserta, posso aumentare l’andatura
senza pericolo. Costeggio un grande lago Oued Chelif, formato da un ruscello proveniente dalle montagne dell’Atlante e si perde
nel deserto. La cartina stradale segna varie località ma, poche riesco identificarle, alcune sono formate solo da una baracca
disabitata. Prima oasi di Djelfa, che usufruisce dell’acqua di un fiume dell’Atlante e ottiene un ampio spazio verde
coltivato, che ne permette la sopravvivenza agli abitanti. La via permane buona e proseguo oltre. Percorro un enorme
tavolato a circa 1.000 m s.l.m., sono sul bordo nord del deserto del Sahara sulle montagne del Amour Range, in
pratica una diramazione della catena dell’Atlante con alture che arrivano al massimo a 1.400 m s.l.m. Giungo nella
prima grande oasi di Laghouat, 769 m s.l.m., 70.000 abitanti e capoluogo dell’omonima regione. È un avamposto
militare e nei pressi c’è Hassi R’Mei la più grande riserva di gas naturale dell’Africa. È un’oasi verde ricca di palmeti
e salgo sul colle con il fortino francese, che permette una vista dell’intera oasi. Un rifornimento e sono ancora in
marcia. La strada è sempre asfaltata ma la presenza di molti camion pesanti ha creato una fastidiosa tôle ondulée,  
che mette a dura prova le sospensioni dell’auto. Altre località che non riesco identificare, Berriane, una piccola oasi
verde e verso sera arrivo a Ghardaïa. Seconda grossa oasi del Sahara a 572 m s.l.m. con 60.000 abitanti, capoluogo
di regione ma, anche di quello che è chiamato sceiccato della valle del M'zab. È stupenda. Ghardaïa è il luogo dove
si sono rifugiati gli ibaditi, in pratica una terza via islamica assieme ai sunniti e agli sciiti, dominante nel sultanato
dell’Oman. La caratteristica degli ibaditi è, che hanno ripudiato la violenza e ritengono che il comando del popolo
non sia dipendente da un discendente del profeta, ma solo a una persona religiosa degna, senza distinzione del colore
della pelle. Ghardaïa ولاية غرداية ha conservato le vestigia medioevali, attraversata dall’oued M’Zab, di solito asciutto e
disposta su cinque colli: Ghardaïa, la principale; Melika con caratteristici minareti a pianta quadrata; Beni Isguen,
Bou Noura ed El Atteuf. Tutti circondati da mura, che fino a pochi anni fa chiudevano l’ingresso al tramonto. Centro
di scambi commerciali ha un’importante produzione di datteri e gli immancabili tappeti. Salgo su una collina
antistante all’oasi di Melika, da dove si gode un magnifico panorama e mi sistemo nell’hotel El Ksar Les Rostemdes ****
molto bello e lussuoso ma con un costo accettabile. Acqua corrente, energia elettrica e anche una piscina non utilizzabile.

Faccio colazione in hotel, compresa nel costo della stanza. Un giro per le cinque oasi e a Daia Ben Daoua, la più lontana,
trovo ancora le porte chiuse. Un pieno di benzina e riparto. Seguo la Route Impérial du Hoggar, che attraversa il Sahara
algerino fino al Niger. C’è sempre l’asfalto ma la strada si restringe ad un’unica corsia e quando s’incrocia qualche altro
mezzo, uno dei due deve scendere sul bordo, dove in pratica ci sono altre due corsie sterrate.  Il territorio cambia ancora,
sempre più sabbiose ed enormi dune lungo la via. Il vento si alza e alcuni pennacchi si formano sulla cima delle dune,
sembrano fumo e alcune striscie sabbiose lambisconoa strada. Qualche momento e mi trovo nel pieno di una tormenta
di sabbia. Rallento l’andatura con la visibilità ridottissima. E simile alla nebbia ma, mentre con questa si possono
intravedere delle ombre, con la sabbia c’è un effetto specchio e sembra di andare addosso alla propria vettura. Supero
in velocità alcune lingue sabbiose, che invadono la carreggiata e sembra di sbattere contro dei muri, metto a dura prova
gli ammortizzatori. La sabbia entra dappertutto e anche il motore inizia a singhiozzare. Qualche chilometro, supero la
località di Hasi El Abiod, senza vederla e, finalmente la tormenta si calma ed arrivo nella terza oasi importante del Sahara
algerino. El Goléa  397 m slm con circa 20.000 abitanti. L’oasi è una grande macchia di verde su di una piccola vallata
molto ricca di acqua. Trovo un’officina, dove un ragazzino con grande facilità ed esperienza mi smonta il carburatore,
pulisce gli ugelli immergendoli nella benzina, chiude con del nastro adesivo e della stoffa delle bocchette d’aria per impedire
alla sabbia di entrare e mi assicura non avrei avuto problemi di surriscaldamento del motore. La riparazione costa una
miseria e il motore mi sembra funzionare ancora bene. L’oasi è ricca di alberi da frutto: datteri, fichi, arance e mandarini.
Molte palme e una fitta irrigazione del suolo. Nel centro dell’oasi sono subito circondato da molti bimbi questuanti. Scelgo
due ragazzini e li faccio salire per visitare l’oasi. Andiamo a visitare la chiesa di Père Foucauld. Charles Eugène de Foucauld,
visconte di Pontbriand, in religione fratel Carlo di Gesù, è stato un religioso francese, nato nel 1856 a Strasburgo, che dopo
aver dissipato i suoi ingenti capitali è diventato un sacerdote e ha fondato l’ordine delle Piccole Sorelle. Fu un missionario,
esploratore e studioso della lingua tuareg e si stabilì in un eremo nel massiccio dell’Hoggar. Aveva aiutato i villaggi tuareg a
difendersi dai predoni, fortificando le loro abitazioni, ma nel 1916 fu ucciso dall’assalto di un gruppo di questi banditi. I due
ragazzini sono una scelta indovinata e mi sono di aiuto. La chiesa si trova in un tratto sabbioso e mi guidano su un percorso
invisibile più solido dove non mi impianto, cosa che invece succede a un’altra vettura di turisti. Mi accoglie un custode,
conosciuto dai due ragazzini, e m’invita a bere un tè assieme. E’ il classico thè del deserto e il mio ospite compie l’intero rito.
Scalda il thè in un fornello alimentato da legna e mi offre: la prima tazzina è per assuefarsi al sapore e alla conoscenza tra le
persone; la seconda più forte, il corpo aromatico e gustoso  è per una maggiore intesa e forma di rispetto e simpatia; e la
terza tazzina forte e ristretta, simile al caffè in segno di amicizia e riservata agli ospiti ritenuti più importanti. Compro delle
rose del deserto, tipiche pietre lavorate dal vento, caratteristiche del Sahara, che mi vuole regalare e, devo insistere per
offrire dei soldi. Gli sono simpatico e trova piacevole, che mi sono fermato a chiacchierare e cerco di entrare nella loro
mentalità. Un giro veloce a quello che rimane dell’orto del missionario, ormai coperto da sabbia. Mentre arrivano i turisti,
che sono riusciti a spalare la sabbia e raggiungere la chiesa. Lascio il simpatico custode, che è molto freddo e sbrigativo con
i nuovi arrivati. Supero ancora su una strada invisibile il tratto sabbioso e salgo sulla collina, dove si trovano le rovine del
fortino francese. L’oasi sembra sia all’interno di un catino naturale protetto dal vento. I ragazzini mi spiegano, che ogni
nucleo famigliare, ha due abitazioni. Il giorno sono all’interno a godersi il fresco delle palme e la sera all’esterno con le
case arroventate durante il giorno, che contrastano con il freddo della notte. La temperatura duranti il giorno supera
spesso i 40° e scende a 15° durante la notte. Verso le 4 pm lascio Kiki, il mio giovane cicerone,  con una mancia. Forse
elevata vista la gioia nel volto del mio ospite. Esco dal catino naturale che protegge l’oasi e ritrovo il vento e la tempesta,
che benché molto più mite, comincio risentire nel motore. Al bivio con la strada che porta a Fort Mirabel mi fermo per
svuotare le taniche di benzina nel serbatoio, perché mi stavano rendendo l’aria dell’abitacolo irrespirabile con le loro
esalazioni. Pulisco il carburatore. Non sono un esperto ma, faccio un buon lavoro, e posso ripartire con la vettura ancora
a pieno regime. La tormenta verso sera si placa e procedo meglio e in velocità. Sono sul Plateau du Tademaït, «Giardino
di Satana», circa 600 m slm, un altopiano nella provincia di Tamanrasset. Cala la sera ma prosegiuo lo stesso. Termina
l’altopiano e scendo da questo zoccolo naturale e arrivo ad Aïn Salah. In Salah 293 m slm con circa 20.000 abitanti è, in
pratica un oasi priva di alberi. L’acqua del sottosuolo è leggermente salata. Il cielo è cosparso di lampi e ci sono tuoni
spaventosi. Dura una quindicina di minuti un improvviso acquazzone di acqua mista a sabbia, simile a grandine. Mi
fermo nei pressi di un distributore e vicino ad altre vetture e camion dormo alcune ore.

In Salah è composta di alcuni ksar (villaggi murati) in mattoni di argilla rossi o viola e sono definiti in stile sudanese.
Carico due autostoppisti friulani, aspetto l’apertura del distributore e riempio anche le due taniche prima di partire. La
strada è sempre asfaltata ma con più buche. Tengo una velocità sostenuta e, in pratica, riesco a saltarle facilmente. Il
traffico è molto scarso ma, mi devo quasi fermare quando incrocio camion o altri che mi superano a grande velocità e
creano delle nubi di sabbia. Una sosta nella piccola oasi di Arak, poche baracche, dove arrivo lungo un bel canyon colorato.
Una baracca funziona come bar e bevo un caffè. Ci sono anche tre tuareg,  due uomini e una donna, molto alti con un
portamento possente e fiero. Il colore nero della pelle è, in effetti, tendente al blue, forse dovuto anche al loro abbigliamento
tipico e gli hanno valso l’appellativo di uomini blue. I tuareg sono un gruppo etnico nomade, che ha difficoltà a identificarsi
nei vari Paesi del Sahara diviso dai colonizzatori. Hanno un organigramma di caste. Parlano un dialetto berbero e sono stati
convertiti all’islamismo ma, ancora molti sono animisti. Sono stati sempre i dominatori del deserto e intolleranti al dominio
francese che lo hanno sempre combattuto con pesanti perdite. Le donne hanno una libertà maggiore rispetto alle culture
islamiche, possono aver rapporti sessuali prima del matrimono. Quando divorziano, la tenda rimane di loro proprietà e gli
uomini devono trovare ospitalità da qualche parente di sesso femminile (sorelle o madre).  Alcune leggende associano i tuareg
come discendenti degli abitanti sopravissuti di Atlantide. Una grossa duna ha invaso il manto stradale nei pressi della
piccola osai di Ain Arlit e di un avamposto militare e, devo avventurarmi, sulla sabbia per aggirarla. Il passaggio dei
mezzi pesanti ha compresso la sabbia e benché ci sia una forte tôle ondulée riesco passare senza piantarmi. Nel pomeriggio
arrivo a Tamanrasset. Chiamata Tam 1.320 m slm e circa 35.000 abitanti è capitale della omonima provincia è considerata
la capitale del Sahara algerino. Fondata come avamposto militare è un polo turistico per le escursioni del vicino massiccio
dell’Hoggar e l’eremo di Père Foucauld. È anche uno dei luoghi più importanti per i tuareg. Lascio i miei ospiti, che
proseguono verso il Niger. Raggiungo il centro dell’oasi. Giro tre volte a piedi intorno alla tomba di un marabut, che porta
fortuna. Fotografo il cippo che indica il passaggio del tropico del cancro.  Trovo anche dei turisti che avevo conosciuto nel
traghetto da Genova, che non pensavano potessi arrivare fin lì con un auto a solo 2 ruote motrici. Un mezzo 4x4 aveva rotto
un pezzo ed uno dei componenti era tornato in Italia per comprarne un altro nuovo. Mi informo sulla possibilità di proseguire
fino nel Niger. La strada asfaltata termina a Tamanrasset, oltre c’è solo la pista ben segnata, ma dove mi pianterei facilmente
sulla sabbia. È previsto anche l’arrivo di un’altra tempesta di sabbia. Mi trovo su una grande spianata con molti turisti, alcuni
trovati sul traghetto, i due autostoppisti e molti altri. È un luogo animato anche dalla presenza di un mercato di dromedari e
molti mercanti locali. Calano le tenebre e, in pratica, si trasforma in un enorme dormitorio all’aperto. Gruppi di giovani hippies
accendono dei fuochi e fumano liberamente degli spinelli e cantano. Sembra una ninna nanna e mi addormento subito.

L’ora è sempre la stessa, sorge il sole e comincio la giornata. Prendo un caffè con i due autostoppisti e vado in un’agenzia
turistica locale. Li addetti non hanno orari e dormono con delle stuoie all’interno dell’agenzia. Sono tuareg ed effettuano
escursioni fino all’eremo di Père Foucauld e nel Massiccio dell’Hoggar. Sono escursioni di almeno due giorni e le auto portano
non più di 4 persone, perciò il costo è piuttosto elevato. Il tour dell’escursione costa troppo e faccio un timido tentativo di
andarci da solo con la mia auto. Seguo una pista in direzione dell’eremo ma, trovo subito delle chiazze sabbiose, che supero
con difficoltà. Una decina di chilometri e rinuncio. Torno in Paese, dove i friulani ancora non hanno trovato un passaggio.
Il tempo di un altro caffè in un bar. Trovo un meccanico e faccio lavare nuovamente gli ugelli. Rifornimento completo con le
taniche e nel tardo pomeriggio riparto sulla strada del ritorno, ma verso il Marocco. Supero di nuovo la duna ad Ain Errek e
quando è buio mi fermo nei pressi di un distributore ad Arak. Ci sono numerosi imbonitori, che si accalcano attorno all’auto
ma, intervengono dei soldati dell’avamposto militare, che bonariamente allontanano i questuanti e mi lasciano tranquillo.
Mi sveglio all’alba, evito di aspettare l’apertura del distributore e parto. Mi fermo nell’oasi di Aïn Salah. Faccio il pieno di
benzina, cambio dei soldi in una banca locale. Il cielo è terso e il vento si è placato, proseguo senza problemi. Risalgo sul
Plateau de Tademait e uso sempre più le corsie laterali sterrate ma, prive di tole onduléè. Ripulisco il carburatore e sistemo
meglio l’asticella dell’accelleratore, che si è incrostata di sabbia e funziona a vuoto. Nel primo pomeriggio raggiungo El Gòlea
con una velocità sostenuta attorno alla media di 140 kmh.  Ritorno dal ragazzo meccanico e rifaccio pulire il carburatore e
pulire meglio l’asticella. Torno indietro fino al bivio con un altro tratto stradale e mi fermo, sono ancora in panne. Il
meccanico si è dimenticato una fascetta e l’asta dell’accelleratore si stacca e si muove a vuoto. La sistemo nel suo alloggio ma,
devo ripetere l’operazione un paio di volte, lungo la strada, specialmente quando trovo un tratto con una forte tole onduléè.
Arrivo nell’oasi di Timimoun e mi fermo a dormire nei pressi di un distributore.

Pulico nuovamente il carburatore, lego l’asticella dell’accelleratore con del filo di rame, che ho ricavato da un cavo elettrico
e gli lascio un po’ di  agio per permettere il movimento. Breve giro per l’oasi divisa in due parti, una nello stile classico
sudanese di argilla rossa e l’altra con un ricco palmeto protetto da un alto muro dalla sabbia. Trovo anche un cambio di
valuta in nero molto conveniente. Raggiungo l’incrocio con l’altra direttiva principale, che attraversa il Sahara algerino,
la Bidon V (5) e mi dirigo verso nord. Arrivo all’oasi d Sbaa, dove un camion ha scaricato un gruppo di spalatori, che tolgono
la sabbia dal manto stradale. Una serie di oasi, in fila indiana, lungo la Vallata di Saoura. Mi fermo per visitare Kerzaz, credo
sia la più bella. Un grande palmeto attorno a uno specchio d’acqua azzurra, che contrasta con il giallo della sabbia. Entro
nell’oasi e supero un oued su un guado pavimentato da pietre che solidificano il fondo del fiume. Il piccolo agglomerato
di casupole è semi deserto e molte sono in rovina. Gli abitanti si sono trasferiti in baracche lungo la strada statale nr 6 (Bidon
V) che ha un discreto traffico turistico e commerciale e permette maggiori introiti. Ci sono numerose bancarelle o persone,
che vendono i prodotti della loro terra: agrumi, datteri e altri oggetti di artigianato. Faccio salire in auto due autostoppisti
indigeni, che m’informano sull’intera area. L’oasi, fino a un paio d’anni prima, era completamente isolata, poi è arrivato
un gruppo di giapponesi, che hanno installato delle antenne e permesso l’arrivo dell’energia elettrica e delle trasmissioni
televisive. È terminato l’isolamento e, in pratica, l’oasi si è spopolata. Un’impresa americana nei pressi di El Ouata stavano
irrigando una vasta area di deserto, con acqua proveniente dalla Catena dell’Atlante, con risultati sorprendenti per la
coltivazione di ortaggi e frutteti. Supero Beni Abbes e arrivo ad Abadla, dove faccio scendere i miei due ospiti. È un paesetto
di poche migliaia di abitanti in prossimità dall’incrocio della ss N 6 per Bechar e la N 50 per Tindouf. Una bella strada asfaltata
e a due corsie e mi avvio verso Tindouf un’altra delle grandi oasi algerine, in prossimità del confine con il Sahara Occidentale.
La N 50 percorre la dorsale montuosa dell’Hammada Tounassine ed è una serie infinita di rettilinei. L’hammada caratterizza
il deserto roccioso mentre Erg è quello sabbioso. Quasi tre ore a passo veloce e, nel tardo pomeriggio, arrivo all’avamposto
militare di Hassi El Kebir. Faccio rifornimento ma, il gestore m’informa che è molto pericoloso proseguire. Nei pressi di
Tindouf è in corso una battaglia tra il fronte polisario e le forze marocchine.  Posso arrivare nell’oasi ma, non proseguire e
dovrei tornare indietro. Lo faccio subito. C’è un magnifico tramonto infuocato e scende la notte gelida. Tre ore e torno
al bivio di Abadla. Mi fermo nella vicina Bechar, 747 m slm e 100.000 abitanti, capoluogo della provincia omonima.
Ci sono importanti miniere di carbone, che ha permesso una buona prosperità ai suoi abitanti. Mi fermo nei pressi di
un distributore vicino ad alcuni camion per passare la notte.

È freddo e, dopo alcune ore di sonno. parto per scaldarmi con il riscaldamento dell’auto. Un rifornimento di benzina,
supero l’oasi di Ben Zireg e, dopo un paio d’ore, arrivo al confine con il Marocco di Beni Ounif a 829 m s.l.m. e circa
3.000 abitanti. Devo tornare in paese per spendere gli ultimi dinari algerini, pochi soldi, che non posso esportare. Deludo
i doganieri, che credo speravano in un regalo. Riempio di benzina anche le taniche e in supermercato compro dei viveri
ma, diffido di alcune scatolette arrugginite. Alla dogana, dopo minuziosi controlli, mi rilasciano un permesso provvisorio
d’ingresso nel Paese, che devo convalidare nella cittadina di Figuig a pochi chilometri. La cittadina si trova in una zona
montuosa, a 900 m s.l.m. con circa 15.000 abitanti, è chiamata anche Fikik o Figig. Questa località ha una sua peculiarità
unica, le sue abitazioni utilizzano il karnaf, parte legnosa della palma, dove iniziano i rami. Il Karnaf è disposto a lisca di
pesce e usato nei solai opportunamente distanziati. Ulteriore controllo minuzioso alla ricerca di qualche irregolarità ma,
sono bravo e in regola. Il deserto lascia spazio a un’area montuosa più verde tra le montagne del Jebel Grouz e Jebel Maizà
con una bella vallata. Supero un paio di piccoli guadi, che attraversano la strada, con un po’ d’acqua. Altre montagne e
arrivo nella cittadina di Bouarfa. 1.175 m s.l.m., 20.000 abitanti sotto la provincia di Figuig. Il centro è addobbato a festa
e ci sono molti cavalieri con vestiti tradizionali per le strade. Una breve sosta e poi, percorro una magnifica gola con pareti
a picco e una strada tortuosa, poi salgo su di un altopiano roccioso, costeggio il lago salato di Chott Tigri e supero altri guadi
o oued asciutti. A Tendrara 1.480 m s.l.m., poche migliaia di abitanti in un’area agricola, trovo alcuni accampamenti indigeni
e mi fermo nei pressi di una grande tenda berbera. Sono accolto con grande cordialità e invitato a entrare e bere il tradizionale
thè. La nostra conversazione è difficile, loro parlano solo la lingua berbera per me incomprensibile. Grande uso di gesti, ci
mostriamo i documenti per lo scambio dei nomi. Il mio ospite è Haida El Arbi, 40 anni, portati male, con la pelle bruciata
dal sole e dalla vita all’aperto. Arrivano subito, oltre alla seconda moglie i sei figli del primo matrimonio. Tre maschi e tre
femmine, tra queste Zaìla di dodici anni molto bella, che si prodiga nel servirci il thè. Mangio alcuni manicaretti della loro
cucina, pezzetti di burro e lardo disgustosi e dolcetti molto zuccherati quasi nauseanti. La tenda è divisa da un separé e una
parte offre riparo a un numeroso gruppo di pecore. Quando accenno al desiderio di scattare alcune foto assieme sono veloci e
indossano i loro vestiti migliori, quelli usati anche il giorno del matrimonio.  Lascio la simpatica famigliola con la promessa di
spedire le foto scattate assieme una volta rientrato in Italia (ps.: una volta in Italia stampo le foto e le spedisco ma, non
saprò mai se sono arrivate a destinazione).  Parto, supero Aìn Beninathar, il Col de Ierada 1.150 m slm, scendo la vallata
dell’Oued Isly e comincia piovere quando verso sera arrivo nella grossa città di Oujida. 568 m s.l.m. e 250.000 abitanti.
Capoluogo di regione e in prossimità del confine con l’Algeria e ai piedi delle montagne del Rif. È chiamata la città
millenaria per le varie colonizzazioni e le culture, che hanno reso il centro fiorente e vitale. Cerco un albergo e vorrei
usare la mia carta di credito ma, non mi è accettata perché prossima alla scadenza. Aiutato da un imbonitore, sempre
pronto ad aiutarmi, trovo un boss locale e cambio dei soldi in nero. Il cambio è buono ma in parte vanificato dal
compenso, che devo elargire al mio accompagnatore, che mi ha fatto ottenere il cambio. Mi sistemo nell’Hotel Terminus.
La serata è ancora giovane e raggiungo l’abitazione di Colette, una ragazza conosciuta molti anni prima in un precedente
viaggio, con la quale ho tenuto un po’ di corrispondenza. Trovo la villetta e il custode, ma la famiglia si è trasferita
definitivamente in Francia e, ormai viene in Marocco sempre più raramente. L’hotel si rivela molto confortevole e durante
la notte è acceso anche il riscaldamento.

Melilla, fortezza della città
Quando mi sveglio porto l’auto in un’officina autorizzata Fiat per sostituire un
cuscinetto molto rumoroso. Faccio un giro nella casbah con un mercato, che offre
un ricco assortimento di materiale fotografico, perché la città ha il porto franco
e i prezzi sono competitivi. Mi offrono hashish in grande quantità, anche un litro
liquido, che in Italia potrei vendere a venti volte il costo pagato qui in Marocco.
Un giovane mi vorrebbe vendere un tulipano d’oppio, che sembra sia coltivato
nei dintorni ma, ovvio rifiuto. Ho ancora molti giorni a disposizione ed entro in
un’agenzia turistica. Credo sia un colpo di fortuna, trovo un cliente, che deve
rinunciare a un volo aereo da Casablanca a Dakar in Senegal e me lo cede a poco più della metà del costo. L’addetta
dell’agenzia è gentile, modifica il nome del passeggero e inserisce il mio senza nessun compenso. Nel primo pomeriggio,
cambio ancora soldi a nero dall’individuo di ieri e parto verso la vicina costa. Seguo il fiume Oued Moulouya fin quasi alla
foce, raccolgo un autostoppista e supero il centro di Saïdia, chiamata Perla Blu del Mediterraneo con una bella spiaggia.
Qualche chilometro, il mio ospite scende ed entro nell’enclave spagnola di Melilla. La città di Melilla è di 12.2 kmq,
56.000 abitanti e dipende dalla provincia di Malaga in Spagna. È una città fortificata nel passato con possenti mura
e un bel castello sul mare. Gli abitanti, che in gran parte erano pescatori, ora si dedicano di più al commercio e al
turismo agevolati dal regime di porto franco della città. Assieme a Ceuta, sono due territori spagnoli in terra del
Marocco e sono motivo di una forte tensione tra i due Paesi con il Marocco che rivendica la sovranità su queste due
città e spesso ci sono problemi al confine. Un paio d’ore e un rifornimento di benzina esentasse e rientro in Marocco.
Varie cittadine e ormai buio mi fermo a Midar. È un piccolo centro e nella piazza centrale è in corso una festa. Scopro
che in questi giorni a fine febbraio e inizio marzo ci sono tre giorni di festa ogni anno in onore del re. Grandi baldacchini
ospitano i siori o la gente importante della zona. C’è un gran sfoggio dei migliori abbigliamenti tradizionali, anche i
cavalli sono tirati a festa. Ci sono anche degli spettacoli con ballerine che si cimentano nella danza del ventre. È strano,
gli spettatori non possono bere alcolici ma, mi sembrano tutti un po’ alticci. Lascio Midar e faccio qualche chilometro
verso El Hoceima. La strada è bagnata e sdrucciolevole su un dosso montuoso nei pressi di Im Zouren, circa 10.000
abitanti, trovo un’auto, che aveva sbandato ed era in bilico su di una scarpata. Il conducente è uscito illeso ma, l’auto
rischia di cadere nella scarpata. Cerco di aiutarlo e metto alla prova le mie risorse. Una corda acquistata prima di partire,
che lego al gancio della mia auto, si rompe al primo sforzo. Una lampada, che collego all’accendisigari si brucia subito.
Arriva altra gente e, finalmente, anche un camion. Leghiamo la mia corda con una in saggina del camionista e riusciamo
a togliere la vettura dal bordo strada. L’autista dell’auto è in stato di choc tra la gente spunta uno con una boccetta e un
po’ di alcol per rincuorarlo, un sorso lo bevono anche altri, ma non era vietato?  Lascio il gruppo e dopo qualche chilometro
arrivo nella periferia di El Hoceima. Centro portuale di circa 40.000 abitanti e capoluogo della regione, che prende il suo
nome. Cerco un albergo per la notte ma, non trovo nulla della fascia di prezzo intermedia e, mi sistemo in un ampio
spazio libero.

Mi alzo con il sole ancora velato da un po’ di foschia. Faccio un giro per il centro di El Hoceima, che ha acquisito un po’ di
notorietà internazionale per la presenza di un prestigioso villaggio turistico del Club Mediterranée. Il resort è sull’isola del
Penon de Alhucemas, nei pressi della costa e l’intera città ne ha giovato con il turismo e si vede anche nei prezzi un po’ più
elevati rispetto il resto del Marocco. Un paio d’ore e lascio la città. Faccio salire un autostoppista, che ha girato mezza Europa,
Italia compresa, e parla un po’ d’italiano. Qualche chilometro e poi, salgo ancora nella zona montuosa del Rif. Supero un
valico, dopo Aknoul a 900 m s.l.m., su una strada tortuosa. A Taza 598 m s.l.m., 70.000 abitanti, capoluogo di provincia,
ricompare il sole forte e caldo. Posso vedere le vicine Jebel Bou Iblane, gruppo montuoso dell’Atlante con le cime innevate.
Arrivo nella periferia di Fés, città imperiale, 350 m s.l.m., 450.000 abitanti. Ero già stato 8 anni prima e non è cambiato
quasi nulla. Gli hippies numerosissimi hanno lasciato posto a molti turisti normali. Salgo sul Bordj Sud, un dosso con un
vecchio torrione, che permette di vedere la città dall’alto. La gran Moschea è chiusa ai non mussulmani, forse perché ci
sono delle cerimonie in corso e, dopo qualche ora, riparto. Ifrane 1.650 m s.l.m., 7.000 abitanti, chiamata Piccola Svizzera,
sembra un altro Paese. Strade pulite e ordinate. Paesaggio alpino con abeti e pini e le cime vicine innevate. Ifrane è un
centro sciistico. Vado nella periferia a Zaouia de Ifrane, segnata dalla guida, enorme bidonville che contrasta con la città
mondana, dove nelle baracche, assieme agli abitanti, vivono anche i greggi di pecore. Proseguo oltre e arrivo a Meknès, 662
m s.l.m., 310.000 abitanti, altra città imperiale. Quando arrivo nella seconda città imperiale, è già sera e mi sistemo nell’Hotel
Transatlantique ****, stranamente economico. Un breve giro a piedi fino alla porta di Bad El Mansour, mentre piove a dirotto,
e rientro subito per evitare i numerosi imbonitori, che, in pratica, mi hanno circondato.

Il mattino faccio un breve giro per il centro. Evito di uscire dall’auto perché gli imbonitori sono numerosi, insistenti e forse
pericolosi. Un giro per vedere la cittadina santa di Moulay Driss Zerhoun o Moulay Idriss 530 m s.l.m., 6.000 abitanti. Il
centro è su due colline nei pressi dei monti Jebel Zeroun. Sembra che Moulay Idriss I, nel 789 in fuga dal califfo abbaside
Harun Al Rashid dell’area dell’Iraq, sia stato il primo a portare l’islam in Marocco. Questo fuggitivo iniziò la dinastia degli
Idrissidi e fondò Fès. Il centro della cittadina santa è fortificato. Solo nel 1916 è stato concesso l’ingresso ai non credenti ma
non nelle moschee. Una caratteristica unica del borgo è il caratteristico minareto rotondo, ricoperto da maioliche verdi con
arabeschi. È presto, eludo la sorveglianza, e faccio una passeggiata per gli stretti vicoli del centro, simile a un labirinto,
indisturbato. Arrivo nella parte alta, che permette di vedere in lontananza Volubilis. Torno all’auto e, dopo meno di cinque
chilometri, sono a Volubilis zona archeologica molto grande con le rovine di un’importante città romana. Una piccola altura
permette una buona vista delle rovine ed evito di pagare il biglietto d’ingresso. Nuova partenza e oltre alcuni centri mi fermo
a Khemisset, 409 m s.l.m., 55.000 abitanti e capoluogo dell’omonima provincia. Molta gente è attorno a un ampio spiazzo,
circondato da tende berbere addobbate a festa e aperte verso il campo. Inizia lo spettacolo e due gruppi di cavalieri si affrontano
e s’incrociano di corsa, sparano in aria con vecchissimi fucili in ricordo delle classiche scorribande berbere. Vari giri, il tempo
di ricaricare i fucili e la scorribanda si ripete con un altro incrociarsi a forte velocità. C’è un tifo da stadio tra gli spettatori, che
incitano i vari cavalieri. Un’ora abbondante e lo spettacolo termina. Torno verso la costa, supero varie cittadine, la città di
Rabat, capitale del Marocco e altra città imperiale e verso sera arrivo a Casablanca. Sistemo l’auto nel parcheggio dell’aeroporto
di Nouasser e passo la notte nella sala d’aspetto. L’aeroporto cessa le attività durante la notte ed è vuoto. Alle prime ore del
mattino, supero le varie formalità di frontiera, m’imbarco e parto con un volo della Royal Air Maroc. Volo tranquillo con
qualche turbolenza. È previsto uno scalo a Nouachott in Mauritania ma, è in corso una forte tempesta di sabbia. Il pilota
scende di quota un po’, ma desiste e prosegue diretto a Dakar. Quasi tre ore di volo e atterro all’aeroporto Joff di Dakar.
È uno choc, sono vestito con abbigliamento pesante, e trovo una giornata molto calda con un soffio di vento caldo, simile
a un phon. Vorrei noleggiare un’auto ma, non mi accettano la mia carta di credito Visa. È consentita solo quella di
American Express. Non ho franchi Cefa (franco della Comunità Economica Finanziaria Africana) e non posso cambiare.  
Devo raggiungere con l’autostop il centro. Ho ancora il dito buono e, facilmente, raggiungo la periferia della città. Supero
a piedi un’enorme bidonville, un ammasso di lamiere, tende e carcasse d’auto usate come abitacoli. La popolazione è
formata in gran parte di agricoltori, che in questo periodo non lavora e ozia tutto il giorno. Cammino circondato da
numerosi questuanti, bambini e adulti, alcuni solo per salutare. Tutti mi toccano e non mi sento tranquillo. Non sono
pedanti e, forse, danno scontato il no. Ci sono molte etnie e spiccano i mandinka o mandingo più alti e possenti. Arrivo
nella Place de L’Indipendance, piazza principale della città. Dakar 1.400.000 abitanti, capitale del Senegal, che è sulla
penisola di Capo Verde. Trovo il cambio chiuso e cambio in un hotel, ovvio perdendo qualcosa. La moneta in uso nel Senegal
è il franco Cefa, come in alcuni altri Paesi africani francofoni e, di fatto, è gestita dalla Francia con un cambio fisso di 50
Franchi Cefa = 1 Franco Francese.  Esclusa la possibilità di muovermi con un’auto a noleggio, riparto, dopo qualche ora
con l’autostop e arrivo a Thiés. È un centro agricolo con 150.000 abitanti, capoluogo di provincia, in un’area una volta
boschiva. Mercati all’aperto e bancarelle ci sono lungo le vie e offrono: pesci appena pescati, carne di bue o altro, frutta e
verdura dei contadini locali, tutto esposto sotto il sole cocente e coperte da nuvole di mosche insaziabili. M’incammino
verso la periferia della cittadina e trovo un missionario, che m’invita a passare la notte nella sua missione Cattolica di
Bambey. Accetto volentieri e assieme, su alcune stradine sterrate e polverose, raggiungiamo la missione. Il mio
accompagnatore è francese e nella missione, ci sono altri due missionari, un inglese e un irlandese. Nel gruppo c’è anche
una persona laica di mezza età, che insegna in una scuola locale. Un breve giro per la missione guidata, che è composta di
una grande stanza, dove mangiano e in pratica leggono e studiano. Ognuno ha una cella personale e si trovano in una
cappella vicina per le preghiere. Sono serviti e riveriti da un gruppo di giovani ragazzi e ragazze in ogni cosa. Vige una
certa austerità ma, i missionari stanno bene e sembrano quasi piccoli dittatori. Serviti perfettamente a tavola e in molte
necessità. Arriva, mentre sono lì, un carico di genere alimentari dalla Croce Rossa Svizzera. È una mia impressione, ma
temo che la divisione sia troppo a loro favore e ben poco arriva alla popolazione. Ceno assieme a loro e, poi mi assegnano
una stanza con servizi in comune. È comunque una strana missione, dove in pratica, ognuno vive per conto proprio e
s’incontrano solo per pranzare e per qualche preghiera. Finita la cena, vado nella chiesetta, dove recitano il rosario e
c’è un bel coro con alcune voci, che farebbero impallidire qualche cantante italiana. Concludo la giornata con un bel
letto con zanzariera indispensabile per la notte.
Il padre superiore mi porta nel vicino paese a metà mattina. Mentre aspetto giro per il paese, un agglomerato di capanne
di bambù, disposte in cerchio e circondate da rovi spinosi per tener lontano i serpenti. Il mercato offre pesce e carne
essiccate e, anche qui sono coperte da nuvole di mosche. Il sole scalda molto e c’è un’escursione termica, quando si va
all’ombra, di almeno una ventina di gradi. Parto con il padre, che dopo un giro per distribuire i pacchi della Caritas
arrivati ad alcuni gruppi d’indigeni, e qualche spinta al furgoncino, che la esigeva per partire. Arrivo a Diourbel. 75.000
abitanti e capoluogo dell’omonima provincia. È abitata in prevalenza da indigenti di etnia wolof, la principale del Senegal.
Io non riesco a distinguere le varie etnie ma, loro tengono a distinguersi e quando si presentano ci tengono a nominare il
gruppo di appartenenza, spesso ci sono diatribe tra i vari gruppi. Una birra assieme al padre, presso un’altra chiesa cattolica
e poi, lascio il mio ospite. Ricomincio a chiedere passaggi ma, è un’impresa difficile, il traffico privato è quasi inesistente.
Possiedono auto solo i francesi, che risiedono stabilmente nel Paese e sono rimasti dopo la libertà dalla colonizzazione.
Credo sia evidente, che l’indipendenza sia solo fittizia, in quanto l’economia è in mano dei francesi, che possiedono i
maggiori negozi, bar, hotel e molto altro.  Il traffico è formato solo da autobus sgangherati e taxi collettivi, che riescono
portar anche 6/7 persone assieme a qualche animale: pecore. Maiali o galline. Salgo su un taxi collettivo e, gentilmente o
per sudditanza, mi è concesso il posto vicino al guidatore, un po’ più comodo. Arrivo a Kaolack 150.000 abitanti, capoluogo
della provincia e importante porto. È nei pressi del Parco Nazionale sulla foce del Fiume Saloun ricco di animali selvatici e
molti uccelli. Vorrei visitare il parco ma, non ci sono strutture turistiche e dovrei farlo da solo con un taxi solo per me. È
troppo oneroso e devo rinunciare. Un altro mini bus, circa 25 persone nello spazio di 9 e raggiungo Nioro du Rip. 10.000
abitanti e capoluogo della provincia. Accetto lo invito di visitare l’abitazione dell’autista e lo seguo a casa sua. La casa è
formata da un’unica stanza quadrata, parte di una fila di altre dieci casupole simili. Un braciere all’esterno, serve per
cucinare, e pranzo con l’autista e la sua famiglia. È il solito cous cous arricchito da minuscoli pezzi di carne, qualche
osso scarno e delle patate dolci. Quando esco dalla casa trovo molti indigeni, stupiti della mia presenza. Sono una rarità,
un bianco che si mescola a loro, devo scattare alcune foto assieme. M’impegno a spedirgliele una volta che torno in patria
ma, nessuno ha un indirizzo valido. Il dialogo è difficile, loro parlano la lingua wolof e, solo qualche vecchio, ricorda un
po’ di francese. Lascio una mancia al mio ospite, che mi sembra gradire e mi accompagna a prendere un altro taxi collettivo.
Arrivo alla frontiera del Gambia, Paese anglofono, che è circondato dal Senegal, tranne uno sbocco sul mare e, in pratica
lungo il fiume Gambia, 1120 km e con una portata d’acqua costante e importante. Pago una tassa di soggiorno per entrare
nel piccolo stato, mentre gli indigeni, in pratica entrano con controlli molto leggeri. Un traghetto e supero il fiume Gambia,
circa 400 metri, e raggiungo la strada principale. Mi considerano un ospite e non mi fanno pagare il biglietto del ferry.
Il paesaggio è lussureggiante e tipico della giungla lungo tutto il corso del fiume. Uso lo stesso taxi, supero i centri di Mansa
Konko e Brikama e arrivo, nella serata a Banjul o Bathurst, la capitale. 45.000 abitanti nei pressi della foce del fiume del
Gambia, che in questo tratto è largo circa quattro chilometri. L’illuminazione pubblica è quasi inesistente, solo qualche
lampione con luce fioca ogni cento metri nel centro. Cerco un alloggio ma, anche qui non esiste la fascia intermedia degli
alberghi. Costi stellari o stanze di gruppo sudicie. Mi lascio guidare da un ragazzo altissimo e magro, che mi aiuta ad
allontanare gli altri imbonitori. Trovo qualche alloggio, quasi decente, ma i gerenti mi negano l’accesso, perché avrebbero
dovuto denunciare la mia presenza. Una ricerca inutile. Mangio del tonno, assieme al ragazzo, che mi sono portato da casa
e poi il giovane, cerca di spiegarmi qualcosa (lo capirò dopo) e mi lascia solo. Io mi sistemo nella spiaggia e cerco di dormire
qualche ora. Qualche minuto e arriva un custode di un resort vicino e m’invita ad andarmene poiché c’è un coprifuoco e non
posso circolare liberamente durante la notte ed è comunque molto pericoloso. È tardissimo.
È mezzanotte e non posso rimanere sulla spiaggia. Mi avvio verso il centro e arrivo davanti alla vecchia abitazione del
Presidente della Repubblica. Mr Dawda Kairaba Jawara, 1° presidente del Gambia indipendente, assunto al potere
con un colpo di stato e, in pratica, aveva instaurato una dittatura. Chiacchiero con una delle sentinelle e, gentilmente
mi consiglia di usare la sua branda, mentre lui è di guardia. Entro nella caserma e mi sistemo nella sua cuccetta per
qualche momento, accolto benevolmente dagli altri commilitoni. Un’ora di sonno e mi sveglia un ufficiale, gentile si
scusa ma, in pratica non posso rimanere nell’abitazione del presidente. Mi assegna due soldati e mi fa scortare nel
più vicino posto di polizia. Il comando di polizia è simile a quello, che si vede nei film western, anche le porte sono
girevoli a spinta. Hanno stelle lucide al petto e, ancora una volta, mi accolgono con simpatia. Spiego la mia situazione
al loro comandante e, m’invita a rimanere nello stanzone e, se riesco, dormire su una delle panche. Il sergente maggiore,
che comanda il posto di polizia, m’informa, che durante il copri fuoco, avrebbero potuto spararmi. La vita nel posto di
polizia offre uno spettacolo che non posso perdermi. C’è un lungo bancone, sopraelevato, che sovrasta la stanza con
alcuni poliziotti e il comandante, che in pratica decide su ogni caso e fa anche da giudice. Due banconi laterali e alcune
panche. Due persone sono incatenare e dormono sotto il balcone davanti alla mia panchina. Il movimento della notte
è intenso. Un giovane ladro sorpreso in un’abitazione è rilasciato dopo una ramanzina e qualche schiaffo. Una prostituta
picchiata da un cliente non esita a mostrare i lividi delle percosse denudandosi. La scena crea una certa ilarità e tutti si
mettono a ridere. La donna si lamenta non per le botte subite, ma perché non è stata retribuita. Passa un’autobotte dei
pompieri, che farebbe una magnifica scena in qualche museo. Un gruppo di poliziotti esce di corsa e ritorna poco dopo
con dei prigionieri in catene. Hanno scatenato una rissa in un bar e sono rinchiusi in due celle separate.

Quando sorge il sole, posso lasciare il posto di polizia e torno sulla spiaggia.È un altro spettacolo. C’è il rientro dei
pescatori usciti per la pesca durante la notte. Molte barche, simili a delle grandi gondole a motore, sbarcano cassette di
pesce, che sono subito coperte di strati di ghiaccio. Camioncini in attesa, caricano le cassette, e partono per consegnarlo
ai ristoranti e al mercato ittico. La zona è molto pescosa e ci sono pesci grandi, che pesano anche 30 o 40 kg. Torno
davanti alla vecchia casa del presidente e trovo la stessa guardia. Felice vuole che gli faccia una foto. Il militare,
Dutty Sonner, quando gli scatto la foto, entra nella garitta. Quando sono a casa e la sviluppo, lui nero e la garitta
nera, si vede solo il bianco dei denti perché sorride. Vado in centro e in un’agenzia, trovo una persona, che parla un po’
d’italiano e mi aiuta per ottenere un permesso necessario, che scopro indispensabile per lasciare il Gambia. Un breve giro
Thiès, festa spontanea
per il centro, privo di attrattive turistiche e vado al porto. Una sala d’aspetto
maleodorante e poi m’imbarco sul traghetto per attraversare la foce del fiume.
Il ferry è gremito e rimango incastrato tra alcuni indigeni per tutta la navigazione.
Quando arrivo sulla riva destra, mi associo con due francesi e una tedesca e
prendiamo un taxi collettivo solo per noi. Arriviamo a Barra, superiamo
facilmente le formalità di frontiera e rientriamo in Senegal. Lascio il gruppo
a Rufisque, dove loro vanno a Dakar ed io, proseguo verso Thiès. Un autobus
e nel pomeriggio sono nella città e mi sistemo in un albergo, gestito da
francesi, che avevo notato in precedenza. Ho il tempo di fare una passeggiata
in centro. Arrivo in una piazza, dove in un angolo, ci sono dei musicisti, che suonano per conto loro. Molte persone si
avvicinano per ascoltare e, dopo poco, qualcuno inizia a ballare. La piazza si riempie di gente che improvvisa canti, cori
e balli. Scende la sera e termina lo spettacolo spontaneo, e torno in albergo.

Mi prendo una mezza giornata di pausa. Vado alla stazione dei treni, che è vuota e sembra ci sia un treno ogni due o
tre giorni. In una stazione di mini bus prenoto un posto per Rosso Senegal, estremo nord el Paese. Parto e, ancora una
volta mi assegnano il posto migliore e parto comodo. È un’illusione pochi chilometri e qualche fermata e carichiamo
molta gente, capre, galline ed enormi pacchi voluminosi. Un pacco lo tengo anch’io in braccio e arrivo al capolinea di
Louga. 45.000 abitanti e capoluogo dell’omonima provincia. C’è dei mini bus in coincidenza riparto subito. Transito
per Saint Louis, mentre il paesaggio cambia e diventa sempre più desertico. Nel tardo pomeriggio arrivo a Rosso Senegal.
È un centro sulla riva sinistra del fiume Senegal, che segna il confine con la dirimpettaia Rosso in Mauritania. Il traghetto
sul fiume c’è un paio di volte il giorno ed io, salgo su una delle canoe, che continuano ad andare da una riva all’altra. Sono
scavate su tronchi e, assieme a un’altra passeggera, attraverso. Formalità inesistenti ed entro in Mauritania. È un Paese
filo comunista con pochissime risorse e tra quelli che hanno il più basso reddito del mondo. E’ abitata dai mauri, in
prevalenza nomadi, che vivono di pastorizia in aree desertiche. Rosso Mauritania ha 25.000 abitante, capoluogo della
regione di Trarza. Quando sbarco conosco un professore marocchino, che nell’interscambio culturale tra Marocco e
Mauritania, insegna in una scuola locale, nonostante ci sia una guerra non dichiarata tra i due Paesi.
M’invita a passare la notte nella sua abitazione. Lo seguo in una delle rare abitazioni in muratura, tutte le altre sono
in fango pressato. Il mio ospite vive assieme a un gruppo d’insegnanti locali. La sera in mio onore preparano degli
spaghetti precotti in scatola, discreti. Faccio una passeggiata dopo cena, con il mio ospite e andiamo a trovare una
sua amica di circa 30 anni. La signora si è sposata una prima volta a dieci anni e aveva otto figli e si è risposata 19
Rosso Mauritania, piroghe sul fiume Senegal
volte. L’usanza indigena prevede, che il promesso sposo chieda la mano
ai genitori della futura sposa. Quest’ultimo stabilisce il prezzo da chiedere,
senza consultare la ragazza, magari un dromedario o qualche pecora. Uno
dei pregi maggiori delle donne è il benessere, che s’identifica con il peso,
in pratica più è grassa più vale … è venduta a peso. Le ragazze sono allevate
all’ingrasso. Il divorzio è semplice, lo sposo riporta la ragazza alla famiglia
e rinuncia al compenso elargito e il divorzio è già esecutivo. Le donne non
hanno nessun potere di decidere o parlare. I mauri sono di due etnie diverse,
i bianchi e i neri e i secondi, in pratica sono ridotti in una forma di schiavitù
per mantenersi.  Quasi tutte le abitazioni si trasformano in bar o ristorante la sera. Pago le birre e torniamo nell’appartamento
del marocchino. Mi hanno preparato una branda e ci passo la notte.

Mi alzo presto. I miei ospiti devono andare a scuola e lascio l’abitazione. C’è uno strano clima. L’atmosfera è letteralmente
gialla. Non c’è vento ma c’è una cappa d’aria carica di sabbia, respiro male, ho gli occhi arrossati e la gola sembra carta vetrata.  
Faccio un giro per il centro in attesa del traghetto per tornare in Senegal. Sono subito circondato da bimbi sorridenti in cerca
di una caramella, una penna biro o una monetina, ma non ho niente di tutto questo. Il ferry tarda e attraverso il fiume su
un’altra piroga. Il tempo in questo luogo si è fermato. Osservo degli schiavi con enormi sacchi da portare in un magazzino.
Ragazze che tornano dal fiume con delle brocche in testa, dove hanno lavato i panni e tutti sono sorridenti, quando li saluto.
Cerco dei passaggi ma, non ci sono mezzi in transiti e ripiego in un taxi collettivo, che devo aspettare sia pieno in ogni anfratto
prima di partire. Un’ora circa e arrivo a Saint Louis. 160.000 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia e su un’isoletta nei
pressi della foce del fiume Senegal e collegata alla terraferma con un ponte. Seconda città del Paese ha conservato l’aspetto
coloniale ed è molto bella. Trovo un alloggio, non proprio economico, in un hotel squallido. Un giro per l’isola lunga 1
km per 300 metri e posso girarla comodamente a piedi. Un altro ponte la collega alla riva destra, dove c’è una piccola
baraccopoli e una spiaggia, che si perde a vista d’occhio.  Anche qui ci sono numerose barche di pescatori, che tornano
a riva con difficoltà a superare il mare mosso e aiutate da tutta la famiglia, bimbi compresi, che le tirano con lunghe
funi. Il sole splende e scalda ma, soffia anche un vento gelido dall’oceano. Torno in hotel e conosco un ragazzo belga.
Studente universitario aveva ricevuto una borsa di studio per studiare a Rosso Mauritania l’evoluzione delle risaie, che
un gruppo di cinesi, stavano sperimentando lungo il fiume. Ceno assieme nella locanda dell’albergo, che durante la notte
si rivela come un bordello. Un gruppo di ragazze … grassocce, aspettano clienti nella hall. Il via e vai di gente e clienti
rendono la notte molto rumorosa.

Il mattino faccio un nuovo tentativo alla stazione dei treni e la trovo chiusa. Un taxi collettivo e, quando è pieno, parto.
Percorro la strada fatta all’andata, l’unica che collega il Paese e torno a Dakar. Mi sistemo in un bell’albergo, dove posso
utilizzare la carta di credito, l’hotel Indipendance nella piazza principale. Una bella stanza comoda, a disposizione anche
una piscina posta sulla terrazza dell’albergo. Ho lo stomaco in rivolta, forse il cibo mangiato a Saint Louis o il continuo
passare dal caldo al freddo. Rimango a bordo piscina fino a sera e ceno nel ristorante internazionale dell’albergo.

Il mattino faccio colazione e poi, rimango in albergo. Faccio un breve giro fino alla spiaggia dell’hotel Teranga, il più
lussuoso della città e frequentato dalla gente benestante della città. Un battello e faccio un’escursione all’isoletta di
Gorèe nella baia della città. È una bella isola con molti turisti. C’è un fortino e qualche edificio coloniale. Un tempo vi
erano imprigionati gli schiavi, per poi essere smistati in varie destinazioni. È in festa per un’imminente festival del
jazz internazionale, che si svolgerà tra pochi giorni e attirerà musicisti di buon livello. Personaggi come: Louis Armstrong,
Chuck Berry e Lionel Hampton hanno partecipato a qualche rappresentazione. Torno a Dakar e faccio una passeggiata nel
quartiere francese. Ci sono molte ville e palazzi occupati da residenti francesi e anche il palazzo presidenziale del primo
presidente del Senegal Leopold Sédar Senghor. Il presidente studioso e poeta è riuscito a instaurare un buon rapporto tra
le popolazioni e il governo francese e lo stato sta vivendo un buon momento con prospettive di benessere.  Un cippo nei
pressi del faro segna il Meridiano Ovest 17° 33’ e il parallelo Nord 14° 43’, che indicano l’estremità ovest dell’Africa.  Torno
in albergo e indosso un maglioncino per difendermi dal vento gelido della sera. Una passeggia e sono subito circondato da
ragazzini e imbonitori di ogni genere. Ho anche uno screzio con un ragazzo, che cerco di evitare e interpreta il gesto
come una mia repulsione razzista. È una situazione scomoda e pericolosa ma, alcuni poliziotti, che hanno assistito alla
scena, intervengono e calmano il giovane, che stava cercando la rissa. Penso fosse un mandingo, alto e grosso, e credo
che avrei avuto la peggio. Non ho scelta e mi rifugio in albergo.

Mi sveglio presto e, fatti i bagagli, mi avvio a piedi all’aeroporto Joff. Non ho più soldi in cefa e ho il volo nel tardo
pomeriggio. Costeggio la bidonville, dove molta gente rovista nelle immondizie alla ricerca di cibo.  Supero l’obelisco
dell’indipendenza ottenuta nel 1960 e la Grande Moschea, quando si ferma un furgoncino, e senza nemmeno chiederlo,
mi offre un passaggio. Una lunga attesa nella hall. C’è un po’ di agitazione nel personale, perché è previsto nella giornata
o per domani l’arrivo di un Concorde con qualche Vip in occasione del festival del jazz. Decollo e dopo, meno di un’ora,
facciamo scalo a Nouachott, capitale della Mauritania. È uno scalo tecnico e rimaniamo in aereo. Altre due ore di volo e
arrivo a Casablanca in Marocco, l’aereo è dell’Air Afrique.  Scendo nell’aeroporto di Nouasser, recupero l’auto ed evito di
entrare nella metropoli. Vado subito verso Rabat. Non ho sonno e proseguo tutta la notte. Una breve sosta a Larache,
mentre albeggia e nella penombra s’intravede il castello bianco o della cicogna.
Mi fermo a El Fendek 340 m s.l.m., piccolo centro, per dormire qualche ora.

Ceuta, veduta
È arrivato il sonno! Ho già dimenticato il clima del Senegal e fa freddo.
Mangio una fila legata con spago di fichi secchi. Un caffè e nel primo mattino
arrivo a Ceuta. Controlli di frontiera meticolosi,  anche con i cani anti droga,
ed entro nell’altra enclave spagnola in terra d’Africa. Ceuta 19 kmq e 70.000
abitanti. Ha una certa autonomia ma, sotto la provincia di Cadice. È una
fotocopia di Melilla con un promontorio roccioso, che assieme a quello di
Gibilterra costituivano quelle chiamate le colonne d’Ercole. Segnano la fine del Mar Mediterraneo e un tempo, oltre
c’era l’ignoto. Qualche spesa e parto con un traghetto. Nel tardo pomeriggio sono ad Algeciras in Spagna. Vorrei entrare

La Linea, Gibilterra promontorio o colonna di ercole
in Gibilterra ma, recenti disaccordi tra Gran Bretagna e Spagna, hanno
creato un po’ di tensione. Gibilterra ha indotto un referendum ed ha
scelto di rimanere legata alla Gran Bretagna. La Spagna per ritorsione
ha chiuso la frontiera e il governatorato si può raggiungere solo da Tangeri.  
Proseguo oltre, carico due autostoppiste fino a Estepona, poi Marbella,
Torremolinos e verso l’interno. Nella serata arrivo a Granada.

Il mattino salgo sulla collina di La Sabika, dove si trova l’Alhambra.
Simbolo della città circondata da mura rossastre, che le hanno dato
il nome, è un meraviglioso complesso di palazzi moreschi. Visito la cittadella con i vari luoghi: Palacio Carlos V,
Palacio Nazaries, Alcazaba, Iglesia di Santa Maria de l’Alhambra, i giardini del Generalife e dell’Albacin. Lascio la
collina e salgo le pendici della vicina Sierra Nevada, fino a Hoya de la Mora 2.600 m s.l.m. È un centro turistico
sciistico e nei pressi c’è il monumento alla Madonna della Veleta, circa 3.300 m s.l.m. C’è un po’ di neve e non
proseguo oltre in quella che è la strada più elevata d’Europa. Il Monte della Veleta e del Mulhacén, 3.482 m s.l.m.,
la più alta della Spagna continentale. In estate si raggiungono comodamene a piedi. Ritorno a Granada, mangio nel
self service del centro commerciale della Gallerias Preciados e parto per lasciare la città. Quando sono in periferia a
un semaforo sono tamponato da una Seat 750, equivalente della Fiat 600. Riporto un semplice graffio sul paraurti,
mentre l’altra vettura ha un’ammaccatura molto più consistente. Evito la denuncia e la richiesta di risarcimento per
il danno irrisorio e per non perdere tempo e parto. Torno sulla costa verso Almeria, che supero senza altre soste, e
ancora i centri di Puerto Lumbreras, Elche e arrivo ad Alicante in tarda serata. Mi sistemo nell’hotel San Remo e mi
assegnano un dormitorio con tre letti ma, non ci sono altri avventori per la notte.

Dormo fino a metà mattinata e poi, parto. Ho poco tempo e proseguo evitando altre soste. A Valencia entro in città e,
vicino alla torre del Miquelete e alla cattarcela mi fermo a pranzare in un altro self service delle Galerias Preciados,
che costa pochissimo. Evito l’autostrada per risparmiare i soldi del pedaggio e proseguo lungo la costa. Beni Carlo,
Amposta, Tarragona, Barcellona e mi fermo per la notte a Gerona. Mi fermo su un motel nei pressi d un distributore
di benzina, piacevole ed economico sulla strada per Figueiras.
La notte fa freddo e l’albergo non è riscaldato. M’infilo nel sacco a pelo ma, mi sveglio lo stesso intirizzito. Nuova
corsa ed entro in Francia a Le Perthus. Ho qualche problema di carburazione al motore, che mi sembra funzioni
con solo tre pistoni. Procedo piano anche per risparmiare la benzina, che in Francia, per effetto del cambio, costa
più che in Italia. Evito la strada costiera troppo trafficata, nonostante il periodo invernale, e dopo Montpellier,
Nimes, Avignon, salgo a Briançon e supero il Col de Montgenevre 1.854 m slm ed entro in Italia. La strada è gelata
e sdrucciolevole e proseguo con molta prudenza. Scendo a Torino e poi autostrada, Milano e Brescia, dove risiedo
in questo periodo.

Ho percorso                         km          19.400 ( 18.135 in auto con 957 litri di benzina)
Costo  in lire                        £       1.900.000
Giorni                                   gg                   28
Sono stato in                                                 8    stati diversi
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