1986 Perù e Bolivia

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1986 Perù e Bolivia

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Parto strano, in pratica, un paio di sere prima della partenza ho cenato con cose avariate.  I miei amici sono stati tutti
ammalati, alcuni con febbre, diarree e, uno è andato anche all’ospedale. Io ho senso di nausea e ho perso un pò di equilibrio,
ma parto lo stesso. Raggiungo Milano e poi l’aeroporto di Malpensa. È gennaio e una spruzzata di neve imbianca la città.

La partenza è dopo mezzanotte con la Viasa, compagnia di bandiera del Venezuela e c’è uno scalo a Caracas. Quasi dieci
ore di volo, dopo due ore d’attesa, la coincidenza e circa quattro ore dopo sono a Lima in Perù. Ho prenotato un’auto a
nolo, una Lada 4x4 ma, non è più disponibile e mi assegnano un VW maggiolino. Un breve giro nella città di Lima 30
m s.l.m., 5.800.000 abitanti, Capitale del Perù sulla costa dell’Oceano Pacifico. Un paio d’ore e mi avvio verso le Ande.
È una zona semidesertica e ci sono violente folate di vento, che fanno ballare l’auto. Supero una zona con miniere di rame
a cielo aperto e verso sera sono sul Valico del Ticlio 4.843 m s.l.m., (23 metri più del Monte Bianco) massima altitudine
raggiungibile in treno e tra le più alte in auto. Ho un cerchio alla testa, dovuto all’aria rarefatta e non ho ancora smaltito
il malessere della partenza. C’è brutto tempo, piove misto a neve, fa freddo ed è nuvoloso. Aspetto una schiarita per scattare
delle foto e inizio la discesa sul versante opposto.  La strada si stringe e peggiora e scende ripida come la salita. È buio e mi
fermo a Morococha 4.540 m s.l.m., 5.000 abitanti, ex capoluogo del distretto e dormo alcune ore in auto dentro il sacco a pelo.

È freddo, ho il corpo all’equatore e il volto al polo. Ho un po’ di arretrato di sonno e dormo almeno cinque ore di seguito.
Permane il cerchio alla testa e prendo alcune gocce di Reneflin, che mi sono portato da casa per l’altitudine. Sorge il sole e
parto. Prima sosta, dopo pochi chilometri, a La Oroya 3.725 m s.l.m., 25.000 abitanti sul fiume Mantaro. Trovo un breve
tratto stradale a pedaggio, forse perché è asfaltato o privato, e arrivo a Jauja 3.400 m s.l.m., primo insediamento dei coloni
spagnoli. Fondata da Francisco Pizarro nel 1534 come sua capitale, prima di Lima. A Concepcion 3.283 m s.l.m., 12.000
abitanti, devio per visitare il Convento di Santa Rosa de Ocopa. Fondato dai francescani, serviva come sede di un collegio
missionario e in pratica vi sono smistati i missionari nelle varie diocesi dell’Amazzonia. La chiesa è ristrutturata e sembra
nuova ma, contiene importanti reliquie. Prima di mezzogiorno sosto a Huancayo 3.259 m s.l.m., 250.000 abitanti, capoluogo
regione di Junin.  Chi mi conosce, sa che mi piace farmi radere e tagliare i capelli in giro per il mondo. Mi faccio radere,
quasi una tortura, il barbiere energico mi rade a secco raschiandomi dolorosamente. Lascio la cittadina e, la presenza di
alcuni vigogna (Vicugna vicugna), segnala che, torno a salire di quota. La vigogna è un camelide andino, parente del lama.
Huanta, Canyon Rio Pampas, un cactus
La sua lana delicata e pregiata era usata anche dall’inca e l’animale è sempre stato protetto. La
strada diventa una mulattiera e inizia una forte pioggia con una fitta nebbia. Salgo lentissimo
e a fatica vedo il ciglio stradale. Arrivo nei paesetti di Sapallanga e Pazos su una dorsale montuosa,
dove torna il sole. Una nuova ripida discesa e mi trovo nella valle di Pampas 3.276 m s.l.m., 5.000
abitanti, tipica scenografia, che siamo abituati vedere nei film western. Una vallata arida con un
canyon e molti cactus e poi una folta vallata ricca di vegetazione verde, lungo il fiume Mantaro.
L’area pianeggiante è ricca di pascoli e sono presenti molti cavallerizzi, vestiti da cow boys con
tanto di pistole nei foderi. La strada torna a salire, in pratica ho un piccolo cerchio alla testa quando
salgo oltre i 4.400 m s.l.m. La Cordigliera delle Ande è come la lisca di un pesce con numerose spine
(dorsali) da entrambi i lati e mi trovo a salire e scendere queste dorsali montuose e le loro vallate.
Trovo un bel tratto di strada e sbaglio nel seguirla, perché porta alla miniera di Cobiza di copra
(rame) e devo tornare indietro. Supero senza identificarle alcune località tra le nuvole basse e le case
prive di energia elettrica, sono illuminate solo da deboli lampade a olio. Arrivo a un ponte sul fiume
Huanca e trovo la strada bloccata. C’è il coprifuoco durante la notte e non si può circolare. Sono con
molte altre vetture e camion, che trascorrono la notte negli abitacoli. Io ho ospitato due autostoppisti,
lungo il percorso, che si sistemano sotto ad alcuni alberi, poi, comincia una forte pioggia e li faccio
entrare in auto, in pratica non dorme nessuno.

All’alba alzano la sbarra e parto. Supero il ponte di ferro e l’avamposto militare ed entro in una bella
vallata e nella città di Huancavelica 3.600 m s.l.m., 20.500 abitanti, capoluogo del distretto omonimo.
Il tempo di fare colazione e riparto in una bella giornata di sole. È la zona dove ci sono i rivoluzionari
di Sentero Luminoso, che vorrebbero l’indipendenza di questa regione, e ci sono numerose postazioni
militari mimetizzate nel terreno. Sbaglio strada e arrivo nella Pampa De La Quinua, luogo che fu teatro
della battaglia, vinta dagli indipendentisti, guidati dal Generale Sucre, contro il Viceré di Spagna La
Sekna. Qualche hanno fa hanno eretto un monumento a ricordo, che vedo solo da lontano. Torno indietro di qualche km
e arrivo ad Ayacucho 2.752 m s.l.m., 110.000 abitanti, capoluogo regione omonima. La sua importanza è attribuita alla
cocciniglia, particolare sostanza ricavata da un insetto, cocciniglia (dactylopius coccus), che vive sui cactus e serve per
produrre il colore, del quale il Perù è il primo produttore mondiale. E' una bella giornata di sole, e la città è piacevolmente
aperta e ariosa, la Plaza des Armas con la sua Cattedrale, il Quartiere di Conchopara e numerosi edifici in stile ispanico
coloniale. La strada torna essere malmessa e fangosa. Qualche momento e riparto per fermarmi qualche chilometro dopo,
presso le rovine inca di Huanta. Ho un piccolo ma, doloroso, inconveniente. Hanno iniziato da poco gli scavi di questo
sito archeologici e si arriva lungo un sentiero su di un piccolo dosso attraverso un giardino spontaneo di cactus e piante
grasse. Scivolo e sbatto con violenza un ginocchio su un grosso cactus e mi s’infilano alcuni grossi aghi. Tolgo alcune spine
ma molte si spezzano e rimangono dentro. Le rovine sono poco interessanti e al pubblico è riservata solo una piccola area.
Un piccolo spettacolo è dato da numerosi grossi ramarri multicolori, che corrono tra i cactus. Qualche chilometro e mi
fermo a Pikimachay, un sito archeologico, con una grotta, dove sono state trovate tracce umane risalenti a 20.000 anni fa
circa. Mi fermo in centro e mangio dei chicagarron, cotica di maiale fritta, simili a patatine fritte ma più grasse. Salgo di
altitudine, transito per Villa Chiara 3.511 m s.l.m. e arrivo a Chincheros 2.772 m s.l.m., 12.000 abitanti, diretti discendenti
dall’inca, nel dipartimento di Apurimac. È sera, il distributore di benzina è già chiuso, e mi fermo. Dormo in auto ma il
ginocchio mi duole ed è gonfio, febbricitante e in parte ho il movimento bloccato. Piove a dirotto.

All’alba arriva l’addetta del distributore e la devo aiutare ad alzare la tanica dl distributore e pompa. Il ginocchio è bloccato
ma, riesco ancora a guidare. Supero Santa Maria de Chimco 3.262 m s.l.m. e arrivo nel centro agricolo di Andahuylas 2.926
m s.l.m., 25.000 abitanti. Nuova salita e mi fermo in una baracca nei pressi del valico. L’interno è tutto affumicato dal fumo
del camino e pranzo con una bistecca di lama, molto tenera. Una discesa ripida e arrivo ad Abancay 2.378 m s.l.m., 45.000
abitanti, capoluogo distretto omonimo sul fiume Pachachaca, affluente del Rio Apurimac e ai piedi del Monte Navado Ampay
5.228 m s.l.m. Supero il centro senza fermarmi e arrivo a Sayhuite. È in un prato d’erba con poche indicazioni. È un sito
archeologico con monolite di grandi dimensioni 2x4 metri. La roccia è scolpita con varie figure geometriche, simili alla pianta
di una città vista dall’alto. Gli archeologi ritengono un sito religioso dedicato al culto dell’acqua e le incisioni siano un modello
idraulico con terrazze, stagni e fiumi. Le piogge di questi giorni hanno peggiorato le condizioni della strada, ci sono buche
profonde e pozzanghere enormi da superare. Il maggiolino entra ed esce da queste buche con facilità ma, una è più profonda
delle altre e mi pianto. Sono subito soccorso da alcuni contadini, che mi spingono fuori, ovvio sono lì in attesa di passanti e
lascio un piccolo compenso. Scendo nella valle dell’Apurimac, il fiume che scorre nasce dal Nevado Mismi 5.597 m s.l.m. ed
è la sorgente maggiore del Rio delle Amazzoni. È sera quando arrivo nel distretto di Limatambo 2.554 m s.l.m. e mi sistemo
nell’unico albergo della borgata, Locanda Restao. È vuoto perché la corriera proveniente da Abancay, la mia stessa strada, si
è piantata in un guado ed è rimasta bloccata.

Notte fresca ma ottima, dormo otto ore di seguito. Colazione con biscotti prodotti nel posto molto buoni. Qualche chilometro
e arrivo al sito archeologico dell’Hacienda Tarauasi. È un’azienda agricola, dove la fattoria ha usato le rocce incaiche come
fondamenta ancora conservate perfettamente con blocchi di pietra incastrati perfettamente a secco. Il valico di Huillque 3.900
m s.l.m. e arrivo nella Pampas de Anta, una pianura intensamente coltivata e verde. Un passaggio a una signora con bimbo
fino a Urubamba 2.871 m s.l.m., 2.500 abitanti su un incrocio importante. Ultimo tratto stradale, fino a Ollantaytambo  2.792
m slm, qualche centinaio di abitanti, dove la strada finisce e c’è l’ultima stazione ferroviaria, che permette di arrivare a Macchu
Picchu. Un giro a visitare la Fortezza d’Ollantaytambo una serie di terrazze su di un costone montuoso, dove si trova il Templio
del Sol, formato da cinque enormi monoliti, trasportati da cave lontane circa duecento chilometri, in modo misterioso dall’inca.
Il ginocchio si è sgonfiato e riesco salire sulla sommità del costone roccioso. Quando scendo parcheggio l’auto in un luogo sicuro
e vado alla stazione ferroviaria. Lungo il binario fiorisce un mercato artigianale molto ricco, che si sposta solo con l’arrivo del
treno, in una o due corse il giorno. Nel tardo pomeriggio arriva il convoglio e salgo schiacciato tra moltissima gente. Conosco un
paio di ragazze italiane e scendiamo alla stazione successiva di Aqua Caliente 2.040 m s.l.m., 3.000 abitanti, dove il Rio Aqua
Caliente si getta sul Rio Urubamba con sorgenti di acqua calda termale. Segui il gruppo, formato da: Carla di Verona, Laura di
Torino e una coppia di fratelli cileni. Andiamo nell’Hostal Juvenil, dove noi maschietti alloggiamo in una stanza e le ragazze in
un’altra. Lasciamo gli zaini e usciamo poco dopo. Siamo subito abbordati da Juan, un indigeno, che si offre come guida, ci precede
alle piscine termali. Il rio esce da uno stretto passaggio tra le montagne e forma alcune pozze d’acqua con diversa temperatura,
dove ci possiamo immergere cambiando piscina da molto calde e gelate. Al gruppo si uniscono anche due argentini. Ceniamo

Macchu Picchu 2300 m slm, sentiero inca
tutti assieme in una locanda del centro masarada della casa, pezzettini di carne mescolati
a verdure locali molto saporite e poi, tutti a nanna.

All’alba siamo pronti. Lasciamo i bagagli in albergo e troviamo Juan ad aspettarci. Lo
seguiamo lungo i binari, circa due chilometri, e arriviamo alla stazione di Machu Picchu,
dove non ci sono abitazioni. Un mini bus e saliamo all’ingresso del sito archeologico,
dislivello di circa 300 metri, su una strada piena di tornanti. Il gruppo si è gonfiato con
altri quattro brasiliani e due svizzeri. Machu Picchu 2.429 m s.l.m., è una fortezza inca,
sopra la valle del fiume Urubamba formato da enormi blocchi di pietra incastrati
perfettamente senza l’uso di malta e con curiosi edifici disposti secondo gli allineamenti
astronomici. L’uso di questa fortezza è un mistero ma è comunque un luogo difficilmente
espugnabile, perché su di un costone montuoso con pareti molto ripide. Siamo tutti baldi
giovani e Juan ha un’idea insolita per molti gruppi, salire sull’Huayna Picchu. Quattro cento
metri di dislivello l’Huayna Picchu 2.720 m s.l.m., è un pinnacolo che sovrasta la fortezza
inca. Un sentiero molto ripido con tratti difficili e salgo sulla Giovane Montagna. Il panorama
merita lo sforzo. Qualche foto e scendiamo. Juan è inarrestabile e ci conduce per qualche km
lungo l’antico cammino degli Incas o anche Qhapaq Ñan, immerso nella vegetazione, che
conduce al Passo della Donna Morta e poi a Cuzco. È un tratto più facile e pianeggiante ma,
attraverso un tratto di jungla e fitta vegetazione. Arriviamo a un ponte dell’inca, un pericoloso
passaggio su di un costone roccioso, dove il buon senso ci ferma. Torniamo a Machu Picchi e
scendiamo, sempre col pullmino, ai piedi della montagna. Nuova passeggiata lungo il binario
e siamo ancora ad Aqua Caliente. Il tempo di un altro bagno nelle piscine, poi verso sera,
lascio la compagnia e salgo in treno per Ollantaytambo. Ritrovo la vettura e riparto. Sono
stanchissimo e mi fermo subito dopo in un resort nuovo, ancora poco conosciuto e semi vuoto.
Una buona cena con zuppa di asparagi e bistecca ai ferri e vado a dormire. Una doccia indispensabile e benché ho forti
pruriti per alcune zecche prese nell’hostal di Aqua Caliente, crollo dal sonno.

Buona dormita e colazione internazionale. Il ginocchio si è sgonfiato del tutto e anche l’articolazione è quasi normale.
Parto, evito di vedere le rovine di Pisac, che m’impegnavano in una deviazione per qualche ora e mi fermo a Tambomachay
3765 m s.l.m. È un sito archeologico vicino a Cusco. Non si è capito cosa fosse la sua destinazione ma, in pratica può essere
stato un centro cerimoniale Inca oppure una SPA per un qualche sovrano o un avamposto militare. Ci sono degli acquedotti
e cascatelle con rocce sistemate in tre terrazze. Nuova sosta a Q’engo o Kenko 3.580 m s.l.m., nella Valle Sacra in periferia
di Cusco. È un grosso monolito con gallerie e parti semi nascoste con altari e cunicoli. Come Tambomachay non si conosce
il vero utilizzo.  Importante è un anfiteatro semicircolare e un trono (trono della rana) alto sei metri e diciannove sedili. Gli
archeologi attribuiscono l’opera alla civiltà Masma preincaica. Meno di 5 chilometri e arrivo alla Fortezza di Sacsayhuamán
3.700 m s.l.m., che sovrasta la città di Cusco. Il nome significa falco soddisfatto. Sono tre cinte murarie a difesa dell’antica
capitale Inca con mura ciclopiche imponenti e blocchi uniti a incastro senza malte, difficili da tagliare e disporre anche ai
nostri tempi. Qualche centinaio di metri e sono in Plazas des Armas a Cusco o Cuzco 3.400 m s.l.m., 250.000 abitanti,
capoluogo regione omonima, antica capitale Inca e maggior centro turistico del Perù. Centro importante del periodo coloniale
conserva molti edifici con balconi e legno intarsiato e rovine inca, alcune come l’ex villa Santa o Sacra (Goricancha) è stato
usato come fondamentai del convento barocco di Santo Domingo. Consigliato da Carla e Laura, mi sistemo nell’Hotel Wirachoa
in pieno centro, dove loro avevano lasciato in custodia parte dei bagagli. Un paio d’ore di sosta ed esco per un giro in centro.
Plazas des Armas, il tempio del Sole o Intimasi, che si racconta avesse tutte le pareti ricoperte d'oro e Via Hatun Rumiyoc con
le mura dell'antico ex-palazzo Inca Rocca, ora usato dall'arcivescovado. Torno in hotel verso sera e trovo Juan e altri del gruppo
di ieri. Il tempo di bere una birra assieme e ci salutiamo.

All’alba sono sveglio, faccio colazione e mi preparo a partire. Trovo Juan, che è venuto a salutarmi, poi mi attardo in Plazas des
Armas per osservare una parata militare in onore di qualche personalità peruana, forse il Presidente ma, non riesco capirlo. Il
centro è tutto bloccato e solo in tarda mattinata recupero l’auto e parto. Prima tappa ad Andahuaylillas 3.128 m s.l.m., minuscola
borgata con la Chiesa di San Pedro, costruita dai gesuiti nel XVI, forse sulla base di un tempio inca, che è chiamata la Cappella
Sistina d’America. Le pareti esterne massicce in mattoni a secco e lo interno interamente decorato con finimenti d’oro, arazzi
e dipinti. È chiusa momentaneamente perché il parroco è assente, ma, il sacrestano con una piccola mancia è veloce ad aprire.
Posso scattare anche foto, forse ho dato troppi soldi, perché mi apre le finestre per ottenere maggiore luce all’interno. A Urlos,
termina la strada asfaltata ma, rimane scorrevole e pianeggiante. Sosta a Raqui per osservare le rovine di un acquedotto inca
molto alte e avveniristiche per quell’epoca. Vari paesi e supero Sicuani, costeggio il lago di Lagui e salgo al valico di La Raya
4.313 m s.l.m., lungo la via, chiamata Strada del Sol. A Santa Rosa raccolgo un autostoppista, che si rivela per un poliziotto anti
droga, che si dimostra utile nel superare numerosi controlli nella zona. Sosta a Pucara 4.000 m s.l.m., qualche centinaio di
abitanti, famosa per i tori, che sono rappresentati in argilla sulle case in segno di auguri di prosperità e sono divenute uno dei
maggiori commerci e souvenir della zona. C’è anche un sito archeologico, che risale al 1.800 a.C. preincaico. Verso sera arrivo a
Juliaca 3.824 m s.l.m., 120.000 abitanti, nei pressi del Lago Titicaca, chiamata anche Ciudad de los Vientos e proseguo fino a
San Carlos de Puno 3.827 m s.l.m., 90.000 abitanti, capoluogo distretto di Puno, maggior centro sul lago. Mi sistemo in uno
degli alberghi migliori del posto l’Hostal San Miguel. Ceno con una grossa trota del lago alla mugnaia e contorni vari, e poi a
dormire.

Mi sveglio, lascio lo zaino in albergo e vado al pontile. Quando arrivano altri turisti e si riempie la barca, parto per un’escursione
sul lago Titicaca 3.812 m s.l.m., 8.372 kmq, profondità massima 293 m è il più alto lago navigabile del mondo. Andiamo nelle
isole galleggianti a circa 6/7 chilometri dalla terra ferma. Gli uros, che abitano queste isole si ritengono proprietari del lago.
Hanno origini antiche, quando per sfuggire alle aggressioni dell’inca e dei chachapoyas, si sono rifugiati e costruito queste isole,
che gli altri popoli non attaccavano perché pessimi navigatori. Le isole sono costruite con l’uso della totora, un giunco simile al
bambù molto resistente e galleggiante. Strati di totora sono intrecciati e sovrapposti tra loro, poi sopra costruiscono le capanne
e hanno creato degli orti e prati per allevamento degli animali. Il giunco è usato anche per la costruzione delle barche, usate per
la pesca. La stessa totora ha il midollo commestibile ed è tra i maggiori alimenti degli uros, simile all’insalata e con molte
proprietà nutritive. Queste isole hanno l'inconveniente di marcire e sono aggiunti in continuazione nuovi strati. Le isole sono
ancorate al fondo ma, possono anche spostarle e ospitano anche dieci nuclei famigliari. Facciamo un’escursione su una delle isole
La Paz, Calle San Jean
maggiori, subito accerchiati da bimbi questuanti. e poi, un giro in barca per l’isola. Curiosità:
Thor Heyerdalh antropologo, esploratore, regista e scrittore norvegese. Famoso per sue teorie
sulla diffusione umana via mare della terra. Provò di persona con mezzi rudimentali la navigazione
transoceanica, tra queste: con il giunco di totora e l’aiuto di artigiani uros per la costruzione delle
barche Ra II e Kon Tiki con le quali attraverso l’Atlantico e il Pacifico. Nell’isola ci sono anche: una
lastra di ferro, dove è acceso un fuoco, un campetto di calcio e Ugo, un ragazzino che si è incollato
e non mi lascia un istante. Nel primo pomeriggio ritorno a Puno. Torno all’auto e recupero lo zaino
e parto lungo la costa. Un breve tratto privato a pedaggio. Arrivo sul rio Desaguadero, unico emissario
del Lago Titicaca che, che segna in questo tratto il confine con la Bolivia. Attraversare il confine con
l’auto ha costi proibitivi per permessi vari governativi e la parcheggio nei pressi della dogana.
Attraverso il confine con qualche formalità di frontiera ed entro in Bolivia.  Desaguadero 3.812
m s.l.m., circa 1000 abitanti è un paesotto con case di fango essiccato.  Faccio l’autostop. Trovo
subito un passaggio fortunato, una vecchia Fiat 128 e, superato a spinta, un guado, nella serata
arrivo a La Paz 3.640 m s.l.m. 710.000 abitanti, capitale più alta del mondo. Pernotto in un albergo
del centro, l’Hotel Copacabana in un vecchio edificio ma abbastanza ordinato e pulito.

Mi sveglio presto e lascio l’albergo. La città è incredibile, sembra un imbuto naturale, a nord è
attorno ai 4.000 m s.l.m. e può nevicare e in contemporanea a sud è a 2.400 m s e può esserci un
caldo torrido. È solcata dal fiume La Paz, che si getta sul Rio Beni, un tempo ricco di pepite d’oro, che
hanno attirato numerosi cercatori, che hanno iniziato a popolare la città. Le strade sono circolari e
alcune, che le intersecano, hanno discese ripidissime. La moneta locale Pesos ha una svalutazione
annua del 700%, in pratica non fanno in tempo a stamparla e ci sono banconote nuove, che valgono
come 1000 di quelle precedenti, si gira con mazzette enormi di soldi, simili a carta straccia. Un caffè
al bar costa 500.000 Pesos. Sono nei pressi della Basilica di San Francesco in stile barocco spagnolo
e dietro la Calle Sagàrnaga, famosa come via delle fattucchiere, dove sono in vendita feticci, oggetti e polveri magiche,
tra i più raccapriccianti feti di lama ancora nel sacco vaginale essicati. Un giro in Calle Jaen, dove si trova la casa
museo di Don Pedro Domingo Murillo, persona importante della guerra di liberazione dalla Spagna. Raccoglie
oggetti del folclore boliviano, maschere e costumi tipici. Un giro anche alla piazza con il Palacio Quemado – bruciato,
chiamato così perché a ogni colpo di stato o successione era bruciato. Arrivo presso lo staio Olimpico, dove in uno
spiazzo antistante c’è un piccolo museo a cielo aperto con rovine provenienti da Tiahuanaco. Nel pomeriggio salgo
sul Mirador Laikakota, una terrazza panoramica sulla città, in pratica una collinetta nel centro dell’imbuto. Recupero
lo zaino posteggiato in albero e parto per tornare in Perù. Un po’ di strada a piedi e alcuni passaggi sgangherati e
raggiungo il bordo superiore della città, dove c’è una stazione di corriere, ma è tardi ed è chiusa. Trovo un camion,
che porta passeggeri sul cassone, supera senza problemi il guado e raggiungo Tiahuanaco o Tiwanaku 3.840 m s.l.m.,
800 abitanti con un sito archeologico precolombiano. Mi fermo nel pueblo, una serie di costruzioni in fango secco e
in una taverna, mi permette di passare la notte su una brandina in una stanza, appoggiata alla terra battuta. Il
villaggio non ha corrente elettrica ma ci sono alcuni generatori in funzione in alcune case. Nella locanda c’è una stanza,
dove funziona la televisione e trasmettono una puntata della fiction televisiva di Dallas, trasmessa e famosa anche in Italia.
 
Notte gelida e dormo poco. Si rischiara ed esco per visitare l’area archeologica, sembra che la città sia stata fondata nel
200 a.C. ma, ebbe il suo massimo splendore a circa 800 d.C., circa 4 kmq ricchi di ceramiche, strutture monumentali e
blocchi di pietra. Scoperto da Pedro Cleza de Leon, che cercava la capitale inca del sud. Scoprirono le rovine di questa
città nei pressi del confine con il Perù, in Bolivia. Contemporanea della civiltà Huari più a nord, che terminarono
definitivamente dall’arrivo dell’inca. È stato un centro cerimoniale con enormi monoliti di oltre 10 tonnellate (rimane
il mistero di come trasportassero queste rocce, perché non avevano nemmeno la conoscenza della ruota). Il più
importante dei monoliti, ancora rimasto in piedi e inciso con rilievi è la Kalasasaya o Porta del Sole. Curiosità la porta
all’inizio della primavera riceve il sole esattamente sopra la metà dell’arco o la Puma Puncu o Porta del Puma con altri
rilievi. Interessante anche il Tempio Sotterraneo, simile a una piscina, ancora soggetta a scavi con numerose statue.
Arrivano i pullman dei turisti ed io, lascio il sito. Nuovi passaggi, a Guadix compro del pane a un costo vicino a 10 Lire
e un autobus fino a Desaguadero. Supero la frontiera e recupero il maggiolino. Transito per Puno e verso Juliaca, devio e
trovo la necropoli Chullpas di Sillustani. Il sito si trova sulla Penisola di Umayo a 3.900 m s.l.m. a ridosso del lago. Sono
tombe, simili a torri, riservate a nobili della civiltà preincaica, contemporanea di Tiahuanaco. All’interno ci sono piccole
celle, dove si trova la salma, che era sepolta con oggetti preziosi e viveri, ma trovo chiuso e non posso entrare. Qualche
chilometro e arrivo a Juliaca. È già buio e fa freddo. Confermo il soprannome della città del vento. Trovo un alloggio allo
Hotel del Turista.

A Juliaca inizia una strada che scende e si addentra nella giungla a Puerto Maldonado, perché le strade sono molto fangose,
la evito e torno verso Lima. Anche la strada per la capitale è pessima, qualche chilometro e a Deustua mi pianto in una
pozzanghera più grande del solito.  L’acqua entra nell’abitacolo dell’auto e m’inzuppo di fango, che temo sia mescolato
alle fogne del Paese. Arrivano subito gli spingitori e mi spingono fuori in pochi minuti. La strada sale a Santa Lucia 4.025
m s.l.m., 3.000 abitanti. Esco dal paese e la strada rimane in salita, ma sono subito fermo. Due camion sono fermi e bloccano
la viabilità. Uno dei due è sul bordo della scarpata e rischia di cadere di sotto, questa volta partecipo anch’io e con delle grosse
funi e altra gente accorsa, riusciamo a tirarlo sulla carreggiata. Costeggio il Lago di Lagunillas 4.250 m s.l.m. paludoso e
proseguo per Tincoplaca 4.400 m s.l.m., e ancora salgo in un paesaggio lunare, brullo e nero. La strada è sterrata ma, ghiacciata
e solida. Inizia una violenta grandinata con neve, chicchi grossi e freddo. C’è anche la nebbia e la visibilità è bassissima. La VW
non ha il riscaldamento sono ancora bagnato da Deustua e tremo dal freddo. Lo scenario è stupendo, sono vicino al Monte El
Misti 5.822 m s.l.m., chiamato anche Guagua Putina, un cono quasi perfetto, coperto da neve, che ha avuto l’ultima eruzione lo
scorso anno. A fianco c’è il Monte Nevado Chachani 6.057 m s.l.m., il più alto della zona, anche lui innevato e considerato attivo
ma, dormiente. Il suo nome in lingua quechua, significa donna. Il valico passa tra le due vette e termina la nebbia e si riesce
vedere le luci della città sottostante di Arequipa. La strada scende ripidissima, sembra di cadere, la strada bagnata è scivolosa.
Devo fermarmi qualche momento per raffreddare i freni arroventati. 2000 metri di dislivello in settanta chilometri e arrivo ad
Arequipa 2.335 m s.l.m., 620.000 abitanti, capoluogo distretto omonimo. È in un’oasi del deserto costiero tra il Perù e il Cile.
È costruita con pietra lavica leggera ‘sillar’ e soprannominata ‘Città Bianca’. Trovo l’Hotel del Turista, in pratica una catena di
alberghi economici ma, vicino c’è l’Hotel Jerusalem, più carino ed economico, dove posso lavarmi e asciugarmi. Esco per una
passeggiata per la città con un clima mite e piacevole e posso riscaldarmi. L’atmosfera mite e la presenza di molti turisti
internazionali, perché tra le tappe obbligatorie da Lima a Cuzco, rendono la città piacevole. Un giro per visitare il
Monastero di Santa Catilina, aperto da pochi anni, dopo una clausura totale di secoli, con una vera e propria cittadina
con viuzze e piazzette dentro le mura. La Plazas des Armas con la cattedrale e anche un negozio ‘la Rinascente’ ,
chiaramente di un italiano. Oltre alla bellezza della cattedrale la piazza è gremita da artigiani, che da noi sono spariti:
scrivani con macchine per scrivere storiche, lettori per gli analfabeti (tanti), ciabattini, lustrascarpe, arrotini e altro.
Nel primo pomeriggio riparto e torno a salire il valico tra i due vulcani di Misti e Nevado Chachani, oltre Canahuas,
devio verso il gruppo montuoso del Monte Ampato 6.288 m s.l.m., altro vulcano dormiente, incappucciato da un manto
di neve. I centri di Chivay, Achoma e Cabanacondè, dove si trova il Mirador  Cruz del Condor 3.500 m s.l.m., dove si
può osservare dall’alto il Canyon de Colca. I condor, sembra siano numerosi in questa zona, ma io non ne vedo nessuno.
È comunque una veduta mozzafiato sulla gola sottostante del Canyon de Colca, profondo 3.270 metri, lungo 70 chilometri
e solcato dal fiume Colca, uno dei più profondi del mondo. Torno indietro e nella spianata della pampas Canahuas posso
correre senza problema, la strada si allarga a una pista solida e priva di ostacoli. Scendo ad Arequipa e all’hotel di ieri sera.

Parto verso mezzogiorno e scendo verso l’oceano Pacifico, dove incrocio la strada Panamericana, che parte da Santiago del
Chile e vorrebbe raggiungere l’America settentrionale. Faccio salire una famigliola indios, padre, madre e bimbo e devio su
una strada secondaria e risalgo un tratto del Rio Majes, nome del Rio Colca, verso la foce. È un poliziotto e scopro che i
militari in Perù non hanno diritto di voto. Arrivo nella borgata di Punta Colorada e mi consigliano una bettola per
pranzare. Mangio una sopa de camarones e una montagna di camarones (gamberetti) fritti squisiti, che si trovano nelle
acque del rio. Torno sulla Panamericana a Camana circa 25.000 abitanti sul rio Camana, altro nome assunto dal rio Colca
alla foce. Un forte vento alza la sabbia e rende difficile la visuale. La strada è asfaltata e scorrevole ma, ci sono lingue di
sabbia che la attraversano, che devo superare con calma per non piantarmi. Vari centri, quasi tutte baraccopoli di pescatori,
posti in prossimità della foce di qualche fiume, che permette di usufruire dell’acqua e sopravvivere. È tardi e mi fermo allo
Hotel Otero a Chala circa 6.000 abitanti, ancora nella regione di Arequipa. È un albergo per gente del luogo, stanze molto
spartane e servizi in comune. Ho un terrazzino e posso osservare la vita serale degli abitanti, tra bar con bigliardo e juke box,
che farebbero la gioia di qualche collezionista.
Sono svegliato da un gallo più canterino del solito. Qualche chilometro e arrivo a Nazca nel deserto della Pampa Colorada.
Nazca 588 m s.l.m., circa 10.000 abitanti alla confluenza dei fiumi Aja e Tierras Blancas, che diventa il Rio Grande, nella
regione di Ica. Sono famose le Linee di Nazca disegni su un tratto di deserto sassoso, dove sono stati scavati dei fossati,
che formano disegni: balena, pappagallo, lucertola, colibrì, condor, ragno e astronauta, visibili solo dal cielo. La civiltà
Nazca, preincaica, visse dal I al VI d.C. e a Nazca aveva la sua capitale, Cahuachi. Un giro per il borgo e poi, raggiungo
l’aeroporto, dove ci sono alcune compagnie turistiche che fanno voli sulle linee, unico modo per vederle, infatti, sono
state scoperte dalle ricognizioni aeree per la costruzione della strada Panamericana. Un’attesa all’Aero Inca, che poi
cambio con Aereo Condor perché non ci sono molti turisti. Un volo di 30’ in una cabina di tre passeggeri e un pilota, poco
più di vent’anni, sballottato dal vento forte della zona. Gli altri due stanno male e comunque il pilota dimostra una buona
esperienza e possiamo vedere le linee e tornare a terra senza problemi. Riparto e faccio una breve sosta per salire su una
torre panoramica, che permette di vedere dei disegni a pochi metri d’altezza: un albero e una mano. Nel primo pomeriggio
sono già in partenza e mi fermo a Ica 406 m s.l.m., 156.000 abitanti, capoluogo di Ica, in precedenza chiamata Villa de
Valverde e poi, San Jerònimo de Ica. Ci sono molte coltivazioni di cotone e molta gente di colore importata come schiavi,
che ormai si è radicata nella cittadina. Breve sosta a Guadalupe, piccola borgata, e devio verso Paracas sul mare. Nel primo
pomeriggio entro nel Parco Nazionale naturale della Penisola di Paracas, una penisola desertica nella regione di Ica. La zona
è lambita dalla corrente fredda di Humboldt, che ha permesso una forte crescita di plancton, che attira molti animali e uccelli
migratori. Il villaggio d’ingresso è in pratica una grande bidonville di pescatori, dove ci sono molte baracche con lamiere e
cartoni con scritte Coca Cola. Piste appena tracciate libere e sulla spianata desertica, abbastanza col fondo stradale solido, si
possono correre senza la possibilità di trovare ostacoli. Sosta alla Laguna Grande e Baia d’Indipendenza, un golfo, simile a un
fiordo, tra la terra ferma e la penisola, poi alla Playa de Mendieta, una spiaggia a ridosso della ‘la Cattedrale’ un tratto di costa
sagomato dal vento, con guglie e cupole simili a quelle di una chiesa. M’immergo fino alle ginocchia per sentire l’acqua gelida ma,
desisto subito perché c’è un forte risucchio, che porta verso il mare. Il Mirador de lobo Marino permette dall’alto della scogliera
di osservare una nutrita colonia di leoni marini, foche e molti uccelli, che hanno nidificato, sulla parete a picco sul mare. Una
passeggiata a piedi e arrivo al cospetto de ‘il candelabro’ o tridente, altro disegno sul versante di una collina, simile alle Linee d
i Nazca, del diametro di 120 metri. Verso sera torno sulla terraferma e faccio una sosta a Pisco 75.000 abitanti lungo la costa con
un porto importante per i prodotti locali: cotone e mercurio. Non trovo alberghi adatti alle mie tasche e proseguo fino
a Chincha Alta 97 m s.l.m., 50.000 abitanti. Mi fermo all’hotel Sausal e ceno all’italiana. Parto e faccio sosta a San
Vicente de Cañete 20.000 abitanti, vicino al fiume Cañete, in prossimità della costa. È un altro centro di produzione
di cotone e abitato da molti neri. Sconvolgo un’agenzia bancaria, dove prelevo dei soldi con la carta di credito, una
operazione che nessuno sa fare. Mi avvio verso l’interno e, in pratica, mi perdo e arrivo a Lunahuana, dove ci sono le
rovine di Incahuasi, fortezza preincaica, costruita in fango e ormai ben poco identificabile come tale. Torno sulla costa.
Breve sosta ad Asia, piccola località balneare, dove indosso il costume e faccio il bagno. Come a Paracas, desisto subito.
Altri chilometri e nel tardo pomeriggio arrivo alle rovine di Pachacamac, ormai dopo l’orario di apertura. Supero un varco,
in pratica, aperto e m’infiltro assieme a un gruppo di turisti ritardatari. È un antico santuario Inca dedicato al Dio del Sole.
Il tempio è ben poco ma, molto bella è la macchia verde, vera e propria oasi ben definita, che si può osservare dall’altura
dove sono le rovine. Arrivo a Lima e mi sistemo all’Hotel San Francisco, davanti alla chiesa omonima. Una breve passeggiata,
sono abbordato da due giovani ragazze e mi lascio scroccare una cena. Due giovani di origine ben diversa, una mulatta e
l’altra con la pelle candida. Qualche effusione e ci salutiamo.

Lima ha un clima costante nuvolosa e piove spesso, tanto che le è valso il soprannome: la garua – acquerugiola. È lungo il
fiume Rimac, unico che ha una portata abbastanza costante. Il centro storico è abbastanza piccolo, mentre la città costruita
in gran parte su due piani si estende per chilometri. Giro la città da Plazas des Armas a rua Camana e Plaza San Martin, il
Municipio, la cattedrale con la fontana di bronzo del 1650 e la chiesa convento di San Francisco, proprio davanti all’albergo
dove sono alloggiato. Il Museo dell’Oro è svuotato per una mostra all’estero … a Roma. Nel quartiere di Monterrey a Surco,
trovo un mercato gestito da italiani provenienti da Pieve di Cadore. Ho una commissione richiestami da casa, comprare dei
francobolli da collezione. M’inviano da un anziano signore italiano, Alberto Baldassare, che arrotonda la sua piccola pensione
vendendo i francobolli di una bella collezione. Consegno l’auto presa a nolo e, ho ancora qualche giorno, prendo un volo della
Faucett Aerolinea e vado a Iquitos. Curiosità, c’è una barzelletta sulla compagnia aerea, che usa vecchi aerei. Dice che si è
rinnovata ha sostituito i piloti, perché gli altri avevano paura di volare. Un paio d’ore e atterro a Iquitos 104 m s.l.m., 260.000
abitanti, capoluogo della regione di Loreto (amazzonia peruviana) sulla confluenza del Rio Ucayali e il Rio Marañón, che
formano il Rio delle Amazzoni. Fondata nel 1864 ebbe un momento aureo con la produzione di gomma, che ha attirato
molta gente, tra questi Gustave Eiffel, che ha costruito un’abitazione in metallo nello stile della torre di Parigi. Quando
atterro è già sera. Solito accerchiamento d’imbonitori e scelgo un giovane, che mi porta all’Hotel de Turista. Arturo mi
indirizza anche a un’agenzia turistica, dove compro un tour di due giorni nella giungla. Iquitos sta vivendo un nuovo
momento buono, terminato il periodo della gomma con l’arrivo di prodotti sintetici, era caduto in rovina, ora sembra
ci siano giacimenti di gas da poter usare. Una passeggiata sulla città in riva al fiume, con un interessante quartiere Belem,
dove ci sono delle palafitte, usate quando ci sono le piene, e delle zattere con abitazioni, che all’occorrenza galleggiano.

Notte calda ma con un grosso ventilatore e zanzariere contro numerose zanzare. Il mattino sono puntuale all'Agenzia
dell'Amazonas River Lodge e arrivano anche altri componenti del gruppo. Ci sono anche quattro tecnici della NBC News
statunitense per un servizio. Una barca stretta e lunga spinta da un grosso motore e dopo poco salpiamo. Risaliamo il
fiume, una trentina di chilometri e ci fermiamo all'Amazonas River Lodge, un bel lodge con numerose capanne (camere)
collegate tra loro da passerelle in bambù. Tutte le capanne sono sospese dal suolo per difendersi dalle piene periodiche
del fiume e per i numerosi animali pericolosi striscianti. La troupe televisiva parte subito con due guide e alcuni portatori
per l’attrezzatura e si avvia per un sentiero, rimango io e un americano James. Pranziamo al self service e troviamo altri
due turisti. Nel primo pomeriggio partiamo con Antonio, la nostra guida, e in fila indiana percorriamo un sentiero nella
giungla. Il percorso è ben segnato e superiamo alcuni acquitrini, dove mimetizzati perfettamente, la guida, ci fa osservare
alcuni piccoli alligatori. Taglia in alberello di qualche centimetro di diametro, lo scuoia e porta a nudo il midollo, che si
mangia liberamente ed è simile all’insalata, il palmito. Un paio di chilometri e arriviamo in un villaggio della tribù Yagua,
che mantiene ancora molte usanze tribali antiche. Indossano dei gonnellini di bambù e copricapi dello stesso materiale.
Sono abituati ai turisti e cercano di venderci oggetti artigianali: bamboline, monili, archi, frecce, cerbottane, tamburi,
piume e altro. Elargisco alcune mance ma, non compro nulla. Un sentiero un po’ più lungo, dove Antonio, ci fa vedere le
piante del caucciù, o quelle, che sono usate come tamburi dalla tribù. Torniamo al lodge. Il tempo di una bibita e percorriamo
un sentiero circolare per tornare al lodge. Il tempo di una bibita e ripartiamo su delle piccole strette canoe risalendo un
piccolo affluente. L’acqua sembra stagnante, possiamo vedere alcuni uccelli: tucani, pappagalli, falchi della giungla e alcune
capanne indigene con i bimbi che s’immergono nell’acqua del fiume, difesi da barriere di bambù da eventuali pesci
pericolosi come i piranha. Un paio d’ore e siamo ancora di ritorno al campo. Cena con pesce gatto, banane fritte,
cetrioli e caffè, e ancora, quando è buio, una passeggiata notturna nella giungla. Non riusciamo vedere nulla ma, ci
attraversa il sentiero di corsa qualcosa, grande come un rosso gatto, ci sono fruscii e rumori che testimoniano la
presenza di animali e … son loro a vederci passare. Altre due ore e stanco torniamo alla base e nelle nostre rispettive
capanne. Nella notte sono svegliato da un tonfo, nella stanza è entrata la cagnetta del villaggio, Princess, che usava
questa camera come suo alloggio e tranquilla si sistema in una branda vicina alla mia.

Mi sveglio presto e faccio colazione. Arrivano anche gli altri turisti e Antonio. Nuovo giro in canoa con delle canne da
pesca e andiamo pescare in un rio vicino. Io non pesco nulla, gli altri qualche piccolo pesce ma, Antonio, pesca tre
piccoli Serrasalmidae, meglio conosciuti come piranha. Resi famosi dal cinema di Hollywood sono molto voraci ma,
non così pericolosi, come si crede. Antonio ci fa cuocere per il pranzo questi pesci, che non hanno molto gusto e sono
un ammasso di spine. Nel pomeriggio partiamo per tornare a Iguitos. La barca è veloce e siamo in nove passeggeri ma,
solo due giubbetti salvagente. Tornando il fondo tocca violentemente un tronco semi sommerso e rompe l’elica del motore.
Siamo a 5/600 metri da Iquitos e la barca inizia a riempirsi d’acqua. Una zattera con casa ci transita vicino ma ci ignora. Io
e un’indigenza, che lavorava nel lodge indossiamo il giubbino ma, comunque prima di affondare arriva una barca dal porto,
che in pratica, ci salva. Il ritardo è sufficiente a farmi perdere il volo di ritorno a Lima, e devo rinviarlo al giorno dopo. Mi
sistemo all’Hotel Perù più economico e spartano, aiutato dalla giovane inserviente, che mi fa da guida, Martha Flores.
Proveniente da una tribù a nord del fiume Ucayali. Nuovo giro nel quartiere di Belem, chiamata anche Venezia dell’Amazzonia,
e dopo cena andiamo in una sala da ballo del posto e poi a dormire.

Mi sveglio presto e raggiungo con un taxi l’aeroporto. Ci sono due voli il giorno e trovo posto nel secondo, nel primo pomeriggio.
Sempre della Faucett Aerolinea, che fa un giro circolare in alcune località immerse nella foresta e faccio scalo anche a Tarapoto,
prima di arrivare a Lima. È sera, quando arrivo nella capitale e torno all’Hotel San Francisco per la notte.
Vorrei anticipare il rientro di un giorno ma, non ci sono voli e prendo un’auto a nolo per una giornata. Vado a Miraflores
e la zona delle spiagge. C’è un ripido gradino naturale a ridosso di una striscia sabbiosa di non oltre 50 metri. La zona dei
Banos mi è interdetta, perché ho i pantaloncini corti e il luogo è molto esclusivo. Mi cambio e pranzo in uno dei migliori
ristoranti di Lima, Rosa nautica, su una piattaforma sul mare. Servizio perfetto, fiori ai tavoli e piano bar, è in pratica,
l’ultimo pasto del viaggio e mi tratto bene. Giro per alcuni quartieri, vado al Monumento al Soldato Desconoscido, il
quartiere Callao e trovo alloggio per la sera all'Hostal de la Perricholi, molto più spartano ed economico del San Francisco.
Colazione e, senza fretta, raggiungo l’aeroporto. Consegno l’auto e nel pomeriggio parto con i voli di ritorno. Scalo e
cambio aereo a Caracas in Venezuela, scalo a porto in Portogallo e, il giorno dopo arrivo all’aeroporto di Malpensa a
Milano. Nel tardo pomeriggio sono a casa.

Ho percorso              km           30.000    (24.500 in aereo)
Costo  in lire              £        3.870.000
Giorni                        gg                     25
Sono stato in                                        4     stati diversi
Cambi medi              100  Ps Bol    peso boliviano           =         £         14  Lire italiane
                    1,00 S Pe        soles peruano          =         £        9,5 Lire Italiane
                    100  B Vn       bolivares venezuelano =    £       114  Lire Italiane
                    1,00 E P         escudo portoghese  =         £        25  Lire Italiane
                    1,00 $             dollaro Usa               =         £   1.717 Lire Italiane
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